REVIEWS

Kanye West – The Life of Pablo

“Let me never fall into the vulgar mistake of dreaming that I am persecuted whenever I am contradicted.”

R.W.Emerson

Il trascendentalista americano Emerson coniava, quasi due secoli fa, il termine Over-Soul. Partendo dalla superiorità del sentimento su ogni facoltà conoscitiva, il filosofo illustra una teoria del tutto anticonformista e antioccidentale: il sé non corrisponde al singolo ego, bensì consiste in un momento attraverso il quale l’individuo si apre ad una creatività totale ed impersonale, definita appunto Oltreanima.

Kanye non ha mai preteso di imporre un ordine alla sua mente. Troppe idee, troppe luci rendono inavvicinabile ogni possibilità di equilibrio.
 

La certezza di possedere e dover diffondere tale unitaria intelligenza è ciò che lo riempie di energia potenziale fino all’orlo; non è nato due secoli fa, gli umani ora pretendono: è proprio la sensazione di debito verso il mondo a surriscaldare la sua –o le sue– personalità.

Sono passati quasi tre anni dalla sua ultima fatica. Nessuno ha mai osato sperare in un bagno di umiltà, ma questo periodo di eventi intensi ha portato Yeezus a riflettere più profondamente su cause e scopi –le conseguenze in un cassetto, ancora per un po’- di una gioco a posta sempre più alta. Sotto milioni di occhi vigili, svela e setaccia “the layers to my soul”, gli strati della sua anima in perenne espansione. Le discese gorgheggianti in Autotune attivano pulsioni ogni volta inedite, come fosse l’unico detentore del brevetto di una voce-strumento. Si percepisce un’eterna ricorsività di impressioni. L’outro di FML, col robotico sample dei Section 25, racchiude timore e rabbia in un’invincibile gabbia; nessuno vuole vederlo vincere, perciò la sua arte non può cessare di esistere. La maniacale precisione del suo caos è l’unico modo di scusarsi con noi, con Dio e se stesso.

Il disco è frutto, come ormai da tradizione, di infinite sessioni in innumerevoli studi di registrazione sparsi per il globo, da Firenze alla California, dalle Trump Towers al Messico.
Decine di ingegneri del suono, dozzine di collaboratori: ognuno dei nomi citati nei crediti contribuisce, in misura diversa, all’architettura dell’album.

La tracklist in pennarello condivisa in rete poi modificata, stratificata, capovolta e scarabocchiata, è l’emblema della claustrofobica energia dell’ultimo mese di lavoro, tempo in cui “Swish” è diventato “Waves”, “Waves” è divenuto “TLOP” e l’acronimo si è infine sciolto.
Come in un film di Terrence Malick, il montaggio definitivo limita la parte di alcuni interpreti a pochi effettivi secondi, se non all’esclusione totale dal prodotto finito. Di Sia e Vic Mensa, attesissimi features di Wolves, non rimane -per ora- che un’orma mnemonica; Allan Kingdom e Theophilus London, protagonisti di All Day, si sono dileguati insieme al presunto primo singolo; Drake, Pharrell e Travis Scott sono tutti silenziosamente menzionati tra gli autori; Kendrick Lamar e Young Thug -parola di Yeezy, di nuovo niente mano sul fuoco- hanno registrato quaranta pezzi ciascuno, ma qui compaiono in non più di un brano.
Per usufruire della massima spontaneità generativa di ogni artista, Kanye convoca svariati, specifici alleati: lo stesso Thugger è accompagnato da Metro Boomin e Southside, giovani mastri beatmakers; Chance The Rapper è seguito dalla conciliante tromba di Donnie Trumpet; Kid Cudi ritrova Plain Pat, il producer che lo scoprì anni or sono; Rick Rubin, scalzo, è lì per tutti.
L’ego cosciente è limitato in confronto all’anima, e confondiamo abitualmente il nostro ego con il vero sé che ci costituisce.

Ritrovare se stesso è lo scopo ultimo di un trentottenne che galleggia in un’esistenza complessa, se non assurda. La sua persona pubblica ha rosicchiato millimetro per millimetro il suo lato umano, reso sempre più evanescente dai media (“any argument, the media will extend it”), a tratti complici e a tratti nemici da combattere mediante deliri di onnipotenza. Non sapremo mai quanta parte dei suoi rantoli sia volontaria, non avremo mai la certezza che siano stati gli antidepressivi ad innescare lo stridio di congedo dopo la gloriosa Ultra Light Beam al Saturday Night Live.
Al contrario dei voli di redenzione di Malick, qui la ricerca di pace parte proprio dall’impossibilità del silenzio: “i’d be worried if they said nothing” è pronunciato con la tipica scia di sapori, ad accennare la nostalgia per l’epoca in cui era soltanto lui a plasmare se stesso. Se il vecchio Kanye di “Jesus Walks” avvertiva drasticamente l’ineluttabilità della guerra con se stesso, il nuovo Yeezy auspica proprio la fine della sua “holy war”, e la scoperta di un posto sicuro. Proprio a College Dropout risale l’ultima comparsa di un coro cattolico, qui riutilizzato con una funzione prettamente positiva.

Tutte le anime sono connesse.
Ultra Light Beam era inizialmente concepito come solenne, raggiante outro dell’album. In corso d’opera il piano è ovviamente cambiato, spostando la solennità in apertura. L’apologia finale muta dunque in avvertimento, “this is everything”.
“This is a God dream” è il frangente più sereno di tutti i cinquantotto minuti.
Citando Thomas More, Emerson spiegava della compartecipazione di ogni anima nell’anima dell’Eterno: una specie di sogno in cui la divinità ci include, o al quale noi scegliamo di iscriverci senza preavviso.

Dopo le linee guida di The-Dream, Chance The Rapper ruba la scena, con le caratteristiche, impossibili associazioni iperallegoriche: “This is my part, nobody else speak”.
Si alza, scala un piedistallo benedetto all’unanimità da una folla angelica. Tutto è così completo, il paesaggio è tanto sublime da divenire indiscutibile. Luce che non rischia di affievolirsi, una forza empatica riscontrabile solo nella fede.


Il Pablo a cui si fa più esplicitamente riferimento è l’evangelista San Paolo, persecutore dei cristiani prima di essere investito, appunto, da un fascio luminoso. Cieco per tre giorni, non solo si converte, ma diviene uno dei più grandi messaggeri della storia umana.
Tre giorni, guarda caso, hanno separato la data d’uscita prevista dall’effettivo rilascio dello streaming.
 

L’uscita sul mercato è tuttora una mera ipotesi, a testimoniare l’invadenza dell’ego di Kanye: The Life Of Pablo è un album riguardo se stesso, per se stesso; ma se Ye è al centro di ogni orbita, ecco che improvvisamente la conversione può toccare chiunque, e la scelta di brani da campionare e “real friends” su cui contare risulta cruciale.
Più meticolosa che mai, infatti, è la cernita dei samples, che spaziano senza sosta tra generi e luoghi.
Il primo decibel del disco esce dalle corde vocali di una bambina, che sbraita e prega con una vitalità che sembra provenire proprio da lassù. L’audio è pescato da Instagram, e non è nemmeno il sample più insolito: Facts, la ripresa di Jumpman con dedica all’amata-odiata Nike, campiona uno spezzone del videogioco Street Fighter, in linea con lo scomodo umorismo che percorre tutto l’LP.
Scomoda, impegnativa è anche la molteplicità dei punti di vista adottati.
Come Pablo Picasso frantumò l’unicità della prospettiva, così Kanye tenta di ingoiare il globo, e includere ogni sensazione in un esperto groviglio.
Pare disorientante, infatti, il primo ascolto: ogni traccia ha una focalizzazione differente, e non è affatto immediato il piacere di perdere l’occhio di una Demoiselle D’Avignon.
Una donzella ben nota è Rihanna, che in Famous cita Nina Simone, onnipresente tramite samples in ogni lavoro di Kanye; lo stesso pezzo campiona “Bam Bam” di Sister Nancy, a smascherare la libertà del beat; il terzo sample del brano è prestato dal collettivo prog-rock italiano Il Rovescio Della Medaglia. Il globo è tutto suo, e Yeezy si sente in dovere di campionare anche se stesso, risfoderando la batteria di Good Morning.
Feedback, reminiscente dell’assordante On Sight che apriva lo scorso album, è un pazzo sfogo che fa eco alla distorsione di un brano iraniano: “name one genius that ain’t crazy”, per menzionare una provocazione.
Lo scenario più spaventoso, però, è Freestyle 4: archi acutissimi e sytnh rubati ai Goldfrapp, un bass-drum dissonante e una batteria in disordine creano un macabro cortocircuito. Ye ipotizza una folle scappatella con Kim sul tavolo da pranzo di una festa Vogue, ma il punto focale è la reazione altrui: “Would everybody start fuckin’?”
Il ritornello finale è il primo compito di Desiigner, nuova addizione al roster di GOOD Music. Il diciottenne di Brooklyn inneggia a Chicago, perché sappiamo già chi è il centro dell’universo in questione.
Desiigner compare anche in Father Stretch My Hands Pt.2, ma non si tratta di una strofa originale: il campione –così come parte del beat- è preso da Panda, la hit che ha convinto Pusha T e compagni a porgere un contratto al giovincello. Flow, pronuncia e umori ricordano Future, la cui unica apparizione è nel prologo di FSMH pt.1: una sola, tipica frase a firmare un’imminente base di Metro Boomin. L’esplosione del beat è cavalcata da un sorridente –“Beautiful Morning!”- ritornello di Kid Cudi, colui che “ha inventato tutto questo” insieme a West.
Cudi sedeva alla destra di Yeezus durante la prima di TLOP al Madison Square Garden, a testimoniare la fratellanza tra i due. Proprio la rischiosa esiguità di veri amici è discussa in Real Friends.
Mentre FSMH include l’estratto di un brano cattolico di Pastor T.L. Barrett, la traccia dodici torna alla profanità, interpolando un ritornello propriamente hip-hop dei Whodini. Ad ampliare il raggio vocale, al beat di Boi-1da si aggrega Ty Dolla $ign, personalità r&b in costante aggiornamento. Il secondo feature di Ty è nell’ultima traccia, Fade. Assistito anche –a proposito di rapidità digitale in era postmoderna- da Post Malone, Kanye costruisce un pezzo house incrociando ancora una volta più di un sample: la linea di basso appartiene a Mr. Fingers, e le voci risalgono a due cover di Barbara Tucker e The Temptations. Citazioni di citazioni di citazioni, in un collage di magnifica pignoleria.

Due samples ben distinti –Arthur Russell per la voce nostalgica e gli archi celesti, Isaac Hayes per le percussioni paranoiche- formano 30 Hours, nervoso racconto di una giovane e lunga relazione a distanza, sul beat del saggio Karriem Riggins. Quello era l’old Kanye, quello che manca a molti, ma il passato è passato. “I Love Kanye” è l’apoteosi della sua autoironica fiducia in sé stesso: non c’è beat, è un interlude puro e semplice che mancava alla sua discografia dal 2004. Omari pronuncia il suo primo nome una ventina di volte, per spiegare le mille discordanti personalità che la sua carriera ha generato, interscambiato, detestato ma mai rinnegato. Il bad-mood-Kanye è allora messo da parte, in onore di una rincuorante risata finale.
L’altro interlude è definito proprio “Intermission”, e riporta una telefonata tra French Montana –altro kardashiano acquisito- e Max B, introdotto all’hip-hop da Cam’ron esattamente come Kanye. Dal carcere –tralasciamo l’elenco di accuse- il rapper benedice la decisione, poi sorvolata, di intitolare l’album Waves. Max B è infatti l’indiscusso inventore del termine “wavy”, inteso come positivamente influente.
Waves è rimasto, tuttavia, il titolo della decima traccia, inserita dopo la première mondiale del disco e duettata con Chris Brown. Co-prodotta dall’ormai fedele Hudson Mohawke e dall’imprescindibile Mike Dean, illustra l’incontenibile potenza di un’onda, a simboleggiare ora l’ispirazione trasmessa da Ye al pianeta dell’arte, ora l’eternità dei suoi sentimenti per chi, di qui o di lì, se n’è andato.
Ogni emozione, anche la più delicata, è trattata con un furore descrittivo paralizzante.
Low Lights, un’ode alla misericordia mai compromessa, campiona un pezzo house di Sandy Rivera; la voce originale è ignota, mai accreditata, e rappresenta ogni madre che corre al lavoro dopo aver accompagnato i figli a scuola. “I won’t always be crying these tears”, dice. Assecondato da un triste piano, il pianto di rivincita è pedantemente seguito da lacrime MIDI: quattro tasti per un basso quasi osceno, esasperata ammissione di mortalità. Colpevole di tanta forza emotiva è il duo DJ Dodger Stadium, composto da Samo Sound Boy e Jerome LOL. Di nuovo, l’ampiezza conoscitiva del Kanye-musicofilo.
Come allo stadio, le luci si alzano all’improvviso, perché tutti guardano e troppi aspettano: Young Thug sottilmente selvaggio, The-Dream e El Debarge per non rimanere accecati. Diretta dall’Autotune impostato per citare a pennello “808s & Heartbreaks”, la controparte High Lights è una festa esplicita ma inspiegabilmente sotto controllo. Racconta dei ventuno Grammy all’attivo, di traguardi promessi e di varie altre esagerazioni.
L’ennesimo elenco di vittorie, l’ennesimo titolo contenente “Lights”.
Come ognuna di tali tracce rimanderà sempre per costituzione a “All Of The Lights”, così ogni album passato e futuro deve per forza far capo a “My Beautiful Dark Twisted Fantasy”, il più mirato e curato progetto musicale del nuovo millennio.
Proprio le sessioni di MBDTF partorirono il beat di No More Parties In LA, scolpito insieme al mentore Madlib. A coronare il momento di rap più autentico dell’album arriva Kendrick Lamar, fresco di rivoluzione ai Grammy Awards. Il trio di sublimi menti produce un’atmosfera divertita ma intoccabile, dissacrando senza pietà il finto lusso del mondo dello spettacolo. Si tratta di un tema attribuibile all’era di Late Registration, si ritorna a sfaldare il tempo in finissime lamine d’oro.
D’oro ne aveva, eccome, Pablo Escobar, altro pozzo di contraddizioni surreali. Al di là dell’adorazione da parte del popolo, l’ossimoro maggiore di cui si rese protagonista fu la proposta, in cambio della libera circolazione nella sua amata e bombardata Colombia, di risanare il debito pubblico. La più grave disgrazia della storia di un Paese ricercava il perdono tramite la più sporca materia esistente, il denaro.
Il voluto riferimento a Escobar riposa probabilmente su altro, in particolare l’intraprendenza del self-made man che Kanye millanta da sin troppo tempo.
Dove va ricercata, però, la massima espressione della natura contraddittoria in questione?
Il dualismo chiesa-club, la fastidiosa vicinanza diagonale tra le due immagini in copertina, la violenta barra tra “which” e “one”: il più eloquente algoritmo di tutto ciò è la decima traccia di MBDTF, Hell Of A Life.
“Pussy and religion is all I need” è fastidioso all’udito, lo stesso effetto che The Life Of Pablo perpetra un senso alla volta.
Il beat nevrotico è un frettoloso incubo, e nell’outro il sogno è raccontato come un’allucinazione: ci si innamora di una pornostar, ci si sposa in bagno, si divorzia entro la notte.
Ora, a qualche anno di distanza, Kanye si è sposato davvero, ed è accaduto in una chiesa. Ha avuto due figli, North e Saint: di nuovo umorismo cardinale, di nuovo religione infrangibile.
Li ama perché è un featuring con Dio: non più per scherzo come in Yeezus, ma con doppia prova concreta.
Li copre con lana di agnello, lo spiega in Wolves con fede blasfema, come sempre.
Lupi ovunque, tremori incomprensibili.
Non ci resta che fruire dell’arte di una cometa impazzita. Anni luce da noi, anni a spiegarci la luce; distante come Frank Ocean, nascosto ma arancione – la pacata desolazione di una camera da letto a scacciare cupi lupi e tenebre ululanti.

This is everything,
This is everything.

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