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Con Populous nel Paese delle azulejos

Azulejos di Populous è un ritorno al di sopra di ogni aspettativa. Sapevamo già che Andrea Mangia fosse in un periodo di massima ispirazione e la sua trasferta a Lisbona per lavorare al nuovo disco sembrava presagire un ritorno di qualità, ma quest’album ci ha davvero travolti e convinti. Soprattutto, contiene in modo fedele tutta la personalità, il gusto e l’identità dell’artista pugliese. È evidente per chi ha il piacere di conoscerlo, ma pensiamo che lo sia anche per chi si metta al primo ascolto di una sua opera.
Abbiamo intervistato Andrea in più fasi, dall’incontro a MusicalBox di RadioDue per un suo set speciale alla chiacchierata telematica, passando per una pizza scrocchiarella a Trastevere. La prima domanda però me l’ha fatta lui, giocando sulle comuni origini pugliesi.

Preferisci la burrata o la treccia?

La burrata. Tu?
Anche io, è troppo buona. Sua Maestà la burrata.

Proviamo a fare i seri. Ti sei trasferito a Lisbona per registrare questo disco senza conoscere la lingua e la città. Come hai affrontato il trasferimento e in che modo hai organizzato la giornata?
Ho preso sei appartamenti in sei quartieri diversi della città, spostandomi una volta a settimana. Volevo vivere Lisbona in tutte le sue sfaccettature e immergermi nello stile di vita di un abitante del posto, dalla spesa nei piccoli market – i supermercati sono tutti fuori dal centro – alle serate musicalmente più interessanti. La mattina mi svegliavo, colazione, computer, mercatino dei dischi, campionamenti. Molto semplice.

Rispetto alle tue aspettative?
Lisbona ti accoglie bene, le persone non hanno atteggiamenti di facciata. Non ho avuto problemi a comunicare perché tutti più o meno conoscono l’inglese, quindi nessuna difficoltà ad integrarmi. Certo, sul cibo farei un altro discorso, ma lasciamo perdere… Aspettative rispettate: sono contento. Ci tornerei volentieri, non per farci un disco ma perché ormai la sento un po’ casa.

E il ritorno in Italia?
Sono tornato in Italia trascorrendo qualche giorno ad Arezzo. Sono stato una settimana in Toscana tra Cortona, Arezzo e dintorni, e sinceramente per quanto siano posti bellissimi il cambiamento di atmosfere è stato complicato. Dal mare alla collina piena il passo non è facile. Se fossi tornato direttamente nel Salento probabilmente non avrei avvertito lo stacco, in compenso in Toscana almeno ho mangiato da Dio.

Il disco trasmette serenità d’animo e felicità. È così che ti senti ora?
Volevo fortemente che “Azulejos” avesse quest’aura positiva. Sono anni ormai che mi batto per la “presabbene”. La cumbia mi ha cambiato la vita e sapere che non sono l’unico mi fa solo che piacere. Giorni fa ero con Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti e lui mi fa: “È da quando sono tornato da un viaggio in Sudamerica che ogni mattina ho bisogno di svegliarmi con quel suono, quel cicalio della guira, che mi fa subito cominciar bene la giornata“. Per me è lo stesso. Poi ok anch’io ho bisogno di piangere ascoltando Jonny Cash o Debussy, ma questo è un altro discorso.

Rispetto a Night Safari c’è meno varietà e più omogeneità.
I suoni di basso, cassa e rullante sono gli stessi per tutto l’album, ciò che cambia sono le melodie e il corollario di percussioni che le stanno attorno. Mi sono concentrato molto sull’uso dei suoni.

Ci sono anche meno featuring.
Sì, praticamente non li ho cercati. C’era in studio RIVA e gli ho chiesto se avesse delle registrazioni di flauti, me le ha girate e ci ho lavorato.

Quanto c’è dei tuoi ascolti nel disco?
È un disco a metà tra ciò che metto nei dj-set e ciò che ascolto a casa, volevo far trasparire un suono – quello della cumbia digitale – che in Italia non ha ancora fatto nessuno. Sentivo questa urgenza di importare qui un suono ancora poco conosciuto. Rispetto a ciò che fa l’Istituto Italiano di Cumbia è qualcosa di diverso, perché io voglio mostrare una versione avant-garde di quel genere. Davide Toffolo ha fatto un viaggio in Sudamerica e si è innamorato della cumbia tradizionale, io sono partito da quella digitale per fare un viaggio a ritroso, arrivando fino a quella psichedelica in Amazonia. Ho dovuto studiare parecchio.

I tuoi dj-set tra l’altro hanno sempre avuto il merito di sdoganare in chiave colta suoni che spesso vengono snobbati o sottovalutati da noi. Cito la playlist Zumba o il tuo set per Trullo Session del Locus Festival. Non mi riferisco solo alla cumbia, ma anche ad altri ritmi sudamericani.
Tipo il reggaeton: ci sono dei pezzi reggaeton che secondo me hanno proprio il giusto tiro e che se non balli vuol dire che hai davvero il palo in culo, per usare un eufemismo. Non ascolto Despacito, ma ho una sfilza di amici pseudo-alternativi che ripetono ogni giorno quanto gli faccia cacare ed è un atteggiamento sterile, per me.

Senti, come sarà il nuovo live invece?
Sarà diverso da Night Safari. Stavolta vorrei mantenere un approccio più da clubbing, il live sarà un flusso continuo dall’inizio alla fine. Porterò con me dei videomaker, perché avrò dei visual in sincronia con la musica per esprimere al meglio il mood del disco. Saranno video poco grafici, con molte immagini di Lisbona o del Sud America. Una cosa ancor diversa rispetto ai video che sono appena usciti per la promozione dei brani.

Chi si è occupato dell’artwork? È proprio fico.
L’artwork è opera di Kae, la ragazza serba che si era occupata di Night Safari. Mentre lì si era fatta ispirare da Rousseau, qui ha cercato di ridisegnare Lisbona, mettendoci anche uno dei simboli che più adoro: il faro.

Per quanto riguarda i campionamenti fatti in giro per la città o dai dischi acquistati lì, come ti sei orientato?
Il mio dogma è stato non campionare nessun disco che provenisse da zone che non fossero Portogallo, Angola o Sudamerica. Una roba fine a se stessa, che però mi ha aiutato a limitare i miei acquisti online e nei mercatini. La mia unica fonte erano dischi brasiliani, colombiani, argentini, portoghesi o angolani.

Come li sceglievi?
Il mio interesse era legato ad approfondire una certa world music più datata. In alcuni casi mi sono fatto attirare dalla copertina o da dischi senza custodia, poi con l’ascolto sceglievo cosa potesse tornarmi utile o meno. Per quanto riguarda i field recording, avevo uno zoom appresso e catalogavo suoni in giro per la città. Il brano che apre il disco si chiama Alfama come l’omonimo quartiere e contiene il campionamento di uno dei vecchi tram di legno che portava proprio lì. A me serviva anche per darmi una linea guida nella scrittura.

A un certo punto nella scena elettronica odierna – anche nostrana – sono esplosi parecchi fenomeni accomunati da uno stesso macro-suono e una veste grafica simile. Tu però sei sempre apparso su una strada diversa: la tua. Insomma, perché hai deciso di non cedere al “vincere facile”?
Non seguo molto le mode e i trend grafici. O meglio, non credo di farlo consciamente. Credo però nel gusto estetico, anzi, nel buon gusto in generale. Questo vale anche per l’abbigliamento e la moda. Non mi piace strafare in entrambi i settori. In generale lo stile è come il ritmo: o ce l’hai o non ce l’hai.

Posto che l’impressione è che fai quello che ti pare, se non avessi vincoli di alcun tipo, né pressioni da vendita, cosa produrrebbe Populous? A chi chiederesti la prossima collaborazione?
In Italia mi piacciono molto i 126 (Carl Brave, Franco, Ketama e Pretty Solero), sono giovani, freschi, diversi e soprattutto veri. Poi ho prodotto il prossimo singolo di MYSS KETA. Si chiama “Xananas” ed è una cumbia affogata in un oceano di codeina.
All’estero vorrei collaborare con Helado Negro, Sufjan Stevens, Ed dei Grizzly Bear e Matsor dei Vampire Weekend.

Vogliamo dirlo una volta per tutte che relegare la dancehall a un certo immaginario “salentino” è da scemi? Noi siamo per una rivalutazione di quel suono fuori dai soliti cliché avuti in Italia finora.
Ma guarda che le dance hall in Salento non sono mica male, anzi. Sono molto underground, selvagge e autentiche, sicuramente più di tutti quei concerti di finti cantanti hip-hop che abbiamo in Italia.

Rimanendo sul tema Puglia, secondo te si riuscirà prima o poi a riportare la pizzica alla sua dimensione originaria? Io sinceramente ho sempre visto la taranta molto più vicina al motorik o comunque ai loop psichedelici piuttosto che ai vari maestri concertatori della Notte. Poi magari è tutta una pippa mia eh…
Quest’anno il “maestro concertatore” della Notte Della Taranta sarà Raphael Gualazzi, serve aggiungere altro? Boh, prima i puristi rompevano i coglioni a piccole realtà che provavano le commistioni col dub, l’elettronica e i beats e ora invece va in onda questa roba parruccatissima del quale mi sfugge ogni tipo di connessione con l’urgenza comunicativa della musica madre. So bene che ci sono in ballo soldi, major, emittenti televisive e media come se piovesse, ma il rischio di cadere nel ridicolo è dietro l’angolo. Poi vabbè parlo io che ho inscenato un carnevale queer all’ultimo Culture Clash, ma questo è un altro discorso.

A proposito, impressioni sul Red Bull Culture Clash?
Siamo arrivati al Sound Clash con l’atteggiamento divertito e un po’ sbruffone di chi vuole cambiare le regole, mentre invece ci siamo resi conto che certi schemi mentali e certe regole non possono essere cambiate da quattro matti come noi. Milano Palm Beat voleva sorprendere, rinfrescare un ambiente un po’ troppo incazzoso e strappare qualche sorriso. Purtroppo abbiamo voluto strafare e dal Carnevale di Rio (la nostra idea di partenza) siamo passati alla rappresentazione di un manicomio su un carro del gay-pride. Che fossimo matti lo sapevano tutti, ma così matti… accidenti, mi son sorpreso pure io!! A un certo punto avevamo sul palco ballerine boliviane, ragazze semi nude, Marcelo Burlon, ballerini di vogueing, Loris Gentile travestito da prete, Carl Brave & Franco126, Ketama & Pretty Solero, i Ninos Du Brasil. Pure Andrew di Propaganda è salito a ballare con noi. Praticamente avevano aperto le gabbie, tra lo stupore generale di quei poveri ragazzini, che erano lì tutti per sentire i dissing dei rappers mentre noi di dissing non ne abbiam fatto manco mezzo. Eravamo la crew dell’amore. Anche se ad un certo punto sembravamo più la crew della droga dell’amore.

Nel tuo set a Radio2 hai inserito Kalimba De Luna di Tony Esposito, e peraltro leggevo che hai trovato Lisbona molto affine a Napoli. Pensi che, tutto sommato, tra Mediterraneo, Sud America e Africa angolana, siamo tutti figli dello stesso cielo?
Siamo tutti dei terroni al quale scoppia il cuore ogni volta che fissiamo il mare, il cielo blu, le campagne. Posso fingere quanto voglio di essere un milanese figlio della moda ma sulle braccia ho solo tatuaggi di mare!

Populous

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