What a Time to Be Drake

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Drake, la velocità

Parlando di un artista discografico, un anno è un tempo relativamente breve. In genere, si può sintetizzare con un paio di momenti salienti, qualche scandalo qua e là, un album se tutto va bene, un paio di tracce che rimangono impresse.

Quello a cui Aubrey Graham ambisce è esattamente l’opposto di questa prevedibilità: come lo Stregatto, la sua posa compiaciuta non si può ignorare, le sue orme sono ovunque, il suo passo è appena più astuto di tutti noi.
Un suo punto di forza risiede negli sfoghi personali che collidono coordinati con le parti più pompose e adrenaliniche, puntualmente ascrivibili allo status di inni. Lo si deve ammettere anche di fronte al sorriso irritante di chi ha tutti i soldi del pianeta mondo: Drake dice la verità.
L’elemento di irraggiungibilità è la padronanza della modernità globale, basata sulla velocità, quando arrivare primi significa meritare di essere visti, sentiti, e poter comparire senza giustificazioni.

Sfoggia destrezza nella ragnatela di internet, e quei passi all’apparenza goffi sono un incorruttibile concentrato di certezza.
Circondato da menti altrettanto giovani e rapide ─si pensi all’Impero che la sua crew/etichetta OVO sta contribuendo a formare con Apple Music─ il canadese può prescindere dallo spazio, annullare distanze grazie a una profonda, densa conoscenza di più culture.

Un esempio del gusto enciclopedico di Drake spunta eclatante: nell’anno, si sono susseguiti reciproci gesti d’affetto (artistico e non) tra lui e Skepta, culminati con il tatuaggio al braccio di Drake in onore della grime crew che, a quanto pare, è ormai famiglia.
Per quel rigoroso principio di imprevedibilità, la connessione tra i due è emersa in un remix di Ojuelegba, hit del nigeriano WIZKID. Non bastassero i ritmi indigeni, la strofa di Drizzy pullula di termini presi in prestito da altri universi gergali. Il semplice uso del sostantivo ‘ting’ dinanzi a tale eminenza della multiculturalità londinese denota il rispetto che è stato in grado di ottenere e impreziosire. Significa una prudenza sociale infallibile, una conoscenza di se stesso importantissima.

Citando un geografo, perché di spazio si tratta:

“Se si abitasse non il mondo ma il linguaggio, allora sarebbe possibile vivere stando fermi. Ma se si abita il mondo è molto più difficile.”

Drake sembra non avere troppi problemi, a vivere nel mondo e muoversi, soprattutto grazie a una non comune maestria di più linguaggi, su più livelli mediatici. È intonato con il pianeta, a suo agio nello scontro con il tempo.
Un documentario testimonia il legame tra la sua crew e la Unruly Gang di Popcaan, fenomeno dancehall dell’anno. Orme del viaggio in Giamaica compaiono nell’interlude di Know Yourself e nell’intro di Shutdown, hit gigantesca di Skepta.
La normalità: contratti, contatti, intenzioni ed interazioni.

Drake è stato ed è tra i più grandi fautori del co-sign, arrogandosi il diritto di spingere qualcuno sotto i riflettori in un attimo: giusto il tempo di un re-post su Soundcloud o un mini video su Instagram per illuminare a giorno un qualche creativo nascosto nella marea. Makkonen gli deve molto, Tuesday ha assunto magicamente lo status di hit.
Nel video di Started From The Bottom, Drake scende dalla macchina in lenta corsa, cammina più veloce dell’auto costosissima che ha accanto, a prescindere dal tachimetro. Per questo conviene salire con lui, per questo ora è lui a poter fare i calcoli. Ne beneficiano tutti, la direzione è comune. Il remix a sorpresa di Tuesday accade nel 2014, un anno dopo Nothing Was The Same, l’album che lo consacra di diritto a qualunque gioiello voglia indossare. Nel 2014 anche un enorme tour, ma niente album.

Inizia il 2015, chiunque sente di aver bisogno di ricominciare, per qualche ragione gli anni a numero (pseudo-) tondo portano a sperare in basi solide che compaiano dal nulla, serve un vento improvviso che in parte conosci.
Prima di fine gennaio arriva Blessings, un’ammucchiata gloriosa di calamite d’attenzione non indifferenti, e Drake è responsabile della strofa più rilevante del pezzo, oltre che del solito ritornello.

Ecco che accade esattamente ciò che aspettavi, arriva chi conosci: Drake condivide un video, sapientemente diretto e scritto, intitolato Jungle. Un’ode a come tutto l’orizzonte culturale che lo influenza, allo stesso tempo gli serva da guida per ispirare ciò che trova a casa sua, dove sente la neve pesante sotto le scarpe che nessuno gli lucida, almeno lì. Nel cortometraggio compaiono due snippets di brani inediti: Know Yourself, zoom sull’estetica dominante nella cultura hip-hop (e dunque pop) del 2015; Jungle, che accompagna i dorati titoli di coda, pulita riflessione soul, tra rimpianti e deliri di onnipotenza. Innegabile l’effetto stordente, ardente l’attesa dell’ignoto.
Il giorno successivo esce un album, definito mixtape nonostante le vendite. La dicitura appare appropriata:  diciassette tracce non troppo strutturate a livello narrativo, ma coerentemente contestualizzate a Toronto, il “6ix”.
Il disco sembra gridare “io non sono veloce, io sono la velocità. La decido io”: If You’re Reading This, It’s Too Late, appunto.Frantuma il record di riproduzioni di Spotify: ennesimo tick nella lista dei traguardi (in)conquistabili.

Beyoncé lo fece prima di lui ─l’album omonimo uscì senza preavviso─ e Drake partecipò anche lì.
Fu proprio Beyoncé, a maggio, a sponsorizzare con un gram la caliente Cha Cha di DRAM, nuovo volto R&B tanto buffo quanto sorprendente. Mesi dopo, nel mezzo del beef con Meek Mill, Drake pubblica tre tracce su SoundCloud. Una di queste è Hotline Bling: ritmi esotici di percussioni, bass drums profondi come funzionano ora, e la voce ad interpretare idiosincraticamente tutto il paesaggio sonoro con cui si rapporta.
Il sample fondamentale, evidentemente, è lo stesso di Cha Cha, da cui l’impacciata simpatia che trasudano entrambi i pezzi. In una delle sue rare interviste, Drake ammette di aver usato ciò che DRAM aveva generato prima di lui, ma sostiene di aver perpetrato tutto ciò in totale riverenza, con lo scopo di filtrare artisticamente il prodotto, decodificarlo per le radio, gli stadi e chiunque apprezzi le perfette dosi di pignoleria. Decide di rifare ciò che appartiene ad altri per mostrare come avrebbe agito lui stesso, se fosse stato tanto veloce da arrivare prima del primo.

Tutto il progetto co-sign ─inclusa la versione definitiva, ossia le aggiunte al roster di OVO─ serve per crescere, perché nessuno gli parli come fosse quel Drake di quattro anni fa.
Poi, progetti a parte, capita che le cose vadano addirittura meglio di ogni proiezione.

Hotline Bling è stata la canzone dell’anno a livello mediatico, dunque in assoluto.
I mille e più memes generati dal suo video erano previsti, desiderati.
I goffi passi laterali nei pantaloni della tuta, l’indeciso gattonare che pare casuale, ogni secondo della parodia di se stesso è stato, da parte del canadese, puro ragionamento. C’è una coreografia, c’è un piano.
Il telefono in attesa; la banalità della corrispondenza istantanea viene iniettata di notiziabilità, semplicemente a causa dell’unanimità positiva di critica e popolo.

Sono momenti salienti, ma sono, in sostanza, esercizi in vista di test più severi: Hotline Bling non sarà, con ogni probabilità, in Views From The 6. L’album è atteso ormai come dichiarazione di superiorità di un artista che, conquistato il mondo pop, è saldo su un piano superiore del grattacielo dell’hip-hop, e ora promette di spiegare nel dettaglio più epico quale sia la vista, da lassù.
La mirata abitudine di condividere brani sfusi (loosies) ─senza farli comparire in un album, semplicemente per ricordare che ci sta guardando, ma non sta solo a guardare─ risale al 2011, l’epoca di Take Care, prima sentenza di intoccabile rispettabilità, e inizio di una rapida e ripida evoluzione creativa.
Anche allora, l’eleganza della stanza era figlia di Noah “40” Shebib, fedele producer e co-fondatore di OVO.
40 è l’individuo a cui deve di più: da sempre, la crescita di uno implica l’ampliamento di vedute dell’altro, e il riguardo dell’uno svela all’altro una prospettiva inedita.
Since day one sono stati sempre loro due in studio, nessun altro ad intralciare i piani, fiducia reciproca tanto solida da renderli infallibili.

Un passo indietro, piena estate.

Meek Mill accusa Drake di utilizzare dei ghostwriters, ovvero di non essere l’autore dei suoi stessi versi, compresa la comparsa di Drizzy nell’album del philadephiano.

Di certo Drizzy fa uso di reference tracks e co-autori; risulta comprensibile e quasi perdonabile, per una macchina da milioni all’altezza dello status di pilastro del genere (quantità di flows differenti, versatilità tra rap e pop, scelta dei beat, …).

La risposta del canadese? Tre tracce in un giorno, tra cui la notturna e disarmante Charged Up. Non basta, però, allora ecco Back To Back, un freestyle diretto a Meek Mill in cui il philadelphiano viene smontato pezzo per pezzo. Persino il trono dello street-rap è alla sua portata, ormai è chiaro. “Is that your world tour or your girl’s tour?”, chiede sarcastico in riferimento al divario di popolarità (e talento) tra Meek e la sua ragazza, tale Nicki di cui avrete sentito parlare qua e là. L’unica frase saliente della replica di Meek Mill è una citazione storpiata di un verso di Drake. Paradossale zappa sui piedi, hashtags di scherno inclusi.

Nel periodo successivo, Drizzy infierisce all’infinito, senza mai cedere un centimetro. Il clima di tensione è positivo, nella misura in cui mantiene la sua natura costruttiva, stimolando versi su versi.

Una notte di fine estate si illumina di un’immagine volutamente spartana, uno sfarzoso trionfo tridimensionale di diamanti.
What A Time To Be Alive, la didascalia.
Quale momento strabiliante per essere in vita: internet ci dà accesso a qualunque evento mediale; Drake ci fa sperare l’insperato, accogliere l’incredibile.
Esattamente un giorno dopo, un mixtape intasa la rete: Future e Drake, fuoco e fiamme.
L’intesa tra i due è efficace, l’alternanza di flow e voci opposte crea dipendenza. Come un palazzo sgargiante erto su una strada sanguinolenta, il voltaggio improvviso del disco è stupefacente. Due carriere all’apice, e ad apparecchiare la tavola alcuni dei pionieri del suono crudo e spietato del (t)rap d’oggi: Boi-1da, Southside, Allen Ritter, Metro Boomin (produttore anche-esecutivo a cui Drake regalerà un divano). Sei giorni di registrazione tanto intensa quanto naturale ad Atlanta, Drake che non si tira indietro di fronte all’inebriata iperattività del padrone di casa. È per entrambi il secondo disco nella Top 200 di Billboard nel 2015, a testimoniare nuovamente l’élite di stima e valore di cui Aubrey Graham sceglie di circondarsi.

Drake finisce l’anno come lo aveva cominciato: nutrendosi di energia potenziale, facendo parlare di sé, tra un feature e l’altro, in maniera continuativamente positiva, o se non altro necessariamente creditizia.
Emerge una storia con Serena Williams, con annesso vociferare su una possibile gravidanza. Vero o falso che sia, la differenza per noi spettatori sta soltanto nei temi dei suoi futuri lavori: o smielate e meticolose serenate di saggezza al figlio, o rabbiosi e brucianti rimpianti per la distanza di una delle donne più influenti al mondo.
Ai Grammy’s ─sempre meno credibili, ma comunque in un certo modo echeggianti─ Drake viene candidato in cinque categorie.
Hotline Bling non viene inclusa, a causa di una clamorosa disattenzione dell’etichetta.
Tra le nomination, proprio Back To Back, tra tutte la meno papabile.

Chi altro potrebbe portare una diss-track ai Grammys?
Questo è l’impatto mediatico di Drake. Lo stesso Drake che da un anno è parte attiva dei Toronto Raptors, coincidentalmente in ascesa nel lato est dell’NBA, e siede fisso in prima fila a salutare LeBron, KD e Steph, che ha festeggiato la consegna dell’anello per il titolo ballando e ululando proprio Big Rings, dal sopracitato What A Time To Be Alive, con il quintetto al completo.

Il suo primo autentico album ─sei anni fa, e ne è passato di Pinot sotto i ponti─ stupiva per solidità e prometteva, lasciava intravedere ciò che ci aspettava.
Il titolo? Thank Me Later.

Direi che è l’ora.

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