Testo a cura di Dariush Aazam Rahimian
Composed, arranged, written, produced and performed by D’Angelo.
Così recita la copertina di Brown Sugar, il primo dei tre album di Michael Eugene Archer. In trent’anni di carriera, tre dischi sembrano pochi. Ma hanno segnato tre decenni, cambiando la storia di tutti i generi che hanno incrociato per strada, e anche di quelli che hanno salutato solo da lontano.
Il suo esordio, pubblicato a 21 anni, faceva da ponte tra il miglior soul anni ’70 e l’r&b vanitoso che stava iniziando a spopolare; Voodoo, nel 2000, rifuggiva le mode quantizzate dell’epoca e introduceva delle imprecisioni volontarie, con ritmi coraggiosi e riff mai risolti; Black Messiah, quattordici anni dopo, fondeva il funk più ribelle con elementi rock, suonando come un inno alla rivoluzione in un periodo di grandi tensioni a sfondo razziale negli USA.
Il 14 ottobre 2025, alla notizia della sua morte per cancro al pancreas, i tributi al musicista di Richmond sono arrivati dai mondi più disparati, a testimonianza di un’influenza sconfinata. Se ne coglie l’ampiezza leggendo le riviste di settore internazionali: The Fader, ad esempio, l’ha ricordato con una cover story in cui lo affiancava a un’icona pop-rock come Beck, mentre Resident Advisor l’ha ringraziato per aver ridefinito la parola ritmo anche per il mondo dell’elettronica.
Poi, come accade sempre in questi casi, ogni artista ha postato il proprio aneddoto. Ma questa volta mi sono sembrati tutti sinceri. E i fan ancora di più. Ognuno parlava di una canzone preferita diversa, di una cicatrice o un tatuaggio, di parole e melodie. X e Reddit, a poche ore dalla notizia, pullulano di thread che chiedono di raccogliere performance inedite, spezzoni di interviste, ricordi personali – all’improvviso tutto risuona fortissimo.
Io, come tanti fan che oggi stanno passeggiando con le cuffie nel loro posto speciale, non ho mai vissuto Marvin Gaye, Miles Davis, Prince, Stevie Wonder, Jimi Hendrix e altri geni della musica black (“My only boundary is black music”, diceva D’Angelo a Interview Magazine nel 2013, intendendo che limiti non se ne poneva affatto), ma credo di averli conosciuti tutti tramite la musica di D’Angelo.
Solo tre album, ma è da folli pensare che abbiamo finito di scoprirlo. Nelle cover, intravediamo come lui ascoltava il mondo. Nelle versioni acustiche, si capisce come iniziavano le sue idee. E se non bastano, ci sono i pezzi – strumentali oppure mormorati angelicamente – senza titolo, bozze che persino l’algoritmo di YouTube riconosce come gemme e mi propone al momento giusto, quando devo accorgermi di un sentimento che cresce.
Tra scelte creative e scherzi del caso, in 51 anni D’Angelo ha manipolato il tempo come pochi altri, rivisitando linguaggi di altre epoche mentre dava vita a nuovi generi – su tutti il neo-soul, con cui il soul si è potuto finalmente appoggiare alla batteria morbida e densa dell’hip hop campionato a mano libera – che ancora oggi sono studiati, adorati e imitati.
Chissà se per lui sono sembrati 100 anni, o se è stata tutta una jam session di un paio d’ore. Non c’è fretta.
Tutte le canzoni della sua carriera, pubblicate o meno, racchiudono delle domande.
A volte il dilemma si aggroviglia, come quando in Me and Those Dreamin’ Eyes of Mine D. si chiede se la sua immaginazione lo sta tradendo. Altre volte, come nella dolce linea di basso di The Line, l’indecisione scivola via verso il mondo. E il centro del mondo per D’Angelo era lo studio di registrazione, dove grandi musicisti entravano pieni di certezza e uscivano con nuove strade da percorrere, improvvisamente bambini. Molte di queste strade si sono aperte dagli Electric Lady Studios di New York, dove è nato Voodoo, il suo più grande successo. Se in Brown Sugar usava strumenti vintage per mancanza di alternative, qui diventa una scelta: inseguire la texture dei grandi album soul giocando con i loro stessi limiti. Nello studio, fondato da Jimi Hendrix, D’Angelo invitava Pino Palladino (bassista leggendario che lo ha accompagnato per tanti anni), Questlove (batterista dei The Roots), Raphael Saadiq (producer e polistrumentista), J-Dilla, Q-Tip, Erykah Badu e tutti i membri del collettivo fluido chiamato Soulquarians. E insieme prendevano parte a una sorta di seduta spiritica profana, come la definisce Dan Charnas nel libro Dilla Time. D’Angelo credeva davvero negli spiriti dei grandi artisti, in visita per aiutarlo a capire che cosa significhi la musica e dove si può trovare Dio.
Questo implicava guardare vecchi episodi di Soul Train, ascoltare album iconici, ricreare alcuni pezzi dei suoi idoli e vedere quali dettagli avrebbero spontaneamente cambiato, per poi tradurli in idee nuove su cui costruire i migliori album di una generazione. Così sono germogliati Mama’s Gun di Erykah Badu, Like Water for Chocolate di Common, e Things Fall Apart dei Roots, tra gli altri. In tutti questi dischi, come in tutte le stanze degli Electric Lady Studios, si respira quella stessa, confortante voglia di sbagliare.
Nel documentario Devil’s Pie, uscito nel 2019 e di difficile reperibilità come si addice a D’Angelo, Questlove racconta di come D. lo invitasse esplicitamente ad essere impreciso: ritarda il colpo, suona “sloppy”, sentiamo come risponde la stanza. Il mistero – che fosse la fede, l’amore, la droga, il sesso, l’identità, la musica, la musica, la musica – richiamava sempre D’Angelo verso di sé. A tratti lo avvolgeva nel buio, altre volte lo portava a rivelazioni. Fa impressione leggere di un musicista acclamato che, in 14 anni senza pubblicare un disco, tra difficoltà e scandali affina il suo rapporto con la chitarra e poi la usa per raccontare un messaggio di resistenza come Black Messiah. Forse, a quel punto, era l’unica forma che la sua musica potesse assumere con orgoglio.
D’Angelo preferiva farsi chiamare con il suo nome, Michael. Deriva dall’ebraico “Chi è Dio?”: una domanda retorica, non si può sapere. Forse era questo il dubbio con cui D’Angelo ha temuto di bruciarsi. Nel documentario, racconta che la sensazione di dover essere portavoce della comunità nera è stato un peso grandissimo, così come la sessualizzazione estrema dei suoi successi. Il video di Untitled aveva come unico soggetto il suo corpo nudo, ma il testo trasformava anche un’indiscutibile epifania della carne come quella canzone in un dubbio: how does it feel? L’ironia di questo dualismo gli era sfuggita di mano. Durante i concerti la gente gli gridava di strapparsi la canottiera, portandolo quasi a cancellare il tour più importante della sua carriera. Lui offriva vulnerabilità, l’industry voleva spettacolo. Questa frattura ha scosso la sua fede e il suo rapporto con il suono, inscindibili sin da quando cantava in chiesa da ragazzino. Ma nel 2013, sempre alla rivista Interview diceva che, se mai avesse smesso di fare video o esibirsi, non ci saremmo dovuti preoccupare. Non avrebbe mai smesso di fare musica, perché “Music is me, that’s what I am”.
D’Angelo singing ‘Tomorrow’ by The Winans in church (1992). What a voice. Rest in peace, legend.
pic.twitter.com/19rtchluhC— Coolness941 (@Coolness941) October 14, 2025
Il rapporto problematico di D’Angelo con la fama mi fa pensare che sia giusto raccontare tutto attraverso le nostre orecchie, i nostri occhi, e tutto quello che abbiamo provato grazie alla sua musica. Non credeva di essere intoccabile, ma credeva nel potere di un falsetto azzeccato – o rovinato di proposito. Non possiamo sapere cosa direbbe della sua vita, ma possiamo continuare il dialogo che lui ha iniziato trent’anni fa e in cui ci ha lasciato così tanto spazio per pensare.
Io, intanto, ho pensato di aggiustare quello stereo vintage che ho messo da qualche parte. Se stasera non lo trovo, continuerò a cercare.
