Testo a cura di Elias Cadalanu
Michael Peter Balzary, in arte Flea, si era fatto chiamare così perché la pulce rappresenta perfettamente quel concetto di pazzia e invasività a cui si ispiravano molte band degli anni ‘80. Il bassista dei Red Hot Chili Peppers, dopo le serate passate a pogare, si addormentava nel suo angoletto personale dei club di Los Angeles, dove era diventato una sorta di mascotte dell’ambiente. Flea aveva regalato il suo nome d’arte e tutto il suo vigore giovanile all’underground della Los Angeles punk di quegli anni; ce lo ha ricordato da poco nel nuovo documentario Netflix dedicato a Hillel Slovak, ex chitarrista dei Red Hot venuto a mancare nell’88.
Adesso quel capitolo della vita di Flea sembra destinato a chiudersi. Ma piuttosto che appendere il basso al sostegno sul muro, è arrivato il momento di fare un secondo giro sullo scivolo e tornare a fare musica con quell’impeto che lo caratterizza, lui che in molte cose è sempre rimasto bambino, forse proprio perché un’infanzia normale non ce l’ha mai avuta.
Flea è sempre stato un musicista jazz.
Il debutto solista di Flea, Honora, è un bellissimo miscuglio tra i desideri e gli ideali di un giovane jazzista e la poetica e l’autorialità di chi ha passato più di quarant’anni nel punk. Il suo approccio curioso e quasi sportivo allo strumento — che nei Red Hot emergeva soprattutto nello slap bass, spesso nascosto dietro l’energia di Kiedis e gli esperimenti di Frusciante — qui prende finalmente il centro del disco. Ma ancora prima della musica, ciò che è davvero jazz sono la mentalità e gli ideali con cui Balzary ha sempre guardato a quest’arte.
Prima ancora che il disco uscisse, in un’intervista con Rick Beato, Flea è scoppiato in lacrime di gioia perché finalmente era arrivato il momento in cui non si sarebbe più sentito “insecure around jazz musicians.” Se c’è qualcosa che davvero ti rende un musicista jazz, è proprio avere paura del giudizio altrui. L’insicurezza di Flea davanti ai musicisti jazz non è solo un dettaglio personale: racconta qualcosa di molto più grande sulla scena di oggi.
Disciplina e competizione
Per quanto possano sembrare stereotipi, certe dinamiche dell’ambiente jazz sono ancora molto reali. Oggi molte jam session assomigliano più a dei cutting contest, quelle sfide improvvisative con cui i jazzisti degli anni trenta si misuravano a colpi di tecnica e creatività. Da un po’ di tempo è virale su Instagram il video di un ragazzo di New York che manda a quel paese gli altri musicisti della jam perché non sono al suo livello: a suo dire non sono “neanche in grado di suonare Spain,” lo standard di Chick Corea. Basta pensare anche a film come Whiplash, che per quanto caricaturale nasce probabilmente da qualche trauma molto reale degli sceneggiatori. Da quando il jazz ha superato la sua fase più sperimentale, il genere sembra essersi sempre più fondato sulla competizione, i musicisti sono sempre di più e il confronto con gli altri è quasi inevitabile.
Per prepararsi al meglio, Flea racconta di aver suonato la tromba ogni giorno per due anni, anche mentre era in tour con i Peppers. La competizione porta con sé anche una certa religiosità nello studio. In un gioco che spesso si riduce all’essere più tecnici degli altri, l’unico modo per emergere è esercitarsi più di tutti.
Flea, però, non era davvero in competizione con nessuno. Per quanto la sua passione per la musica abbia radici jazz, un jazzista “ortodosso” avrebbe probabilmente aspettato dieci anni, non due, prima di chiamare alcuni dei migliori turnisti in circolazione e pubblicare un album. In Honora sembra esserci quasi una rinuncia consapevole a diventare un vero jazzista, forse anche per rispetto verso il genere. Paradossalmente, è proprio questo fermarsi in tempo che permette al progetto di funzionare.
Contaminare il jazz
Forse è arrivato il momento di parlare della musica di Honora, l’ideologia jazz, da sola, non emette alcun suono. L’album ha un sapore nu-jazz molto forte, un po’ nascosto e minimale, a tratti più soul o R&B che jazz. Fino a qui sembra tutto in regola, ma proprio per questo potrebbe rivelarsi qualcosa di già sentito.
I colpi più interessanti di Honora sono proprio quelli di Balzary, non dei turnisti. È come se Flea aggiungesse al piatto delle spezie di un altro continente, trovate nel suo lungo viaggio nel rock. Molte di queste sono nella retorica dei testi — pochi ma estremamente coesi —: “build a bridge, it’s where the courage is” o “peace and love is the hardest, toughest thing you can do,” frasi che sembrano quasi in contrasto con tutta quella filosofia jazz di cui abbiamo parlato prima.
Molto passa anche dai featuring dell’album: chi avrebbe mai immaginato un disco nu-jazz con Thom Yorke e Nick Cave? Oppure dalla produzione, in cui anche solo quei piccoli aiutini di Frusciante riportano la musica su una sponda che ha poco a che vedere con quello che suonano gli strumenti.
Di modi per far rinascere il jazz ne sono stati proposti milioni, ma a me sembra evidente che questo genere abbia sempre più bisogno di aprirsi al mondo. Flea aveva le chiavi per entrarci e portare con sé qualcosa dal suo viaggio. Forse è proprio questo il punto: a volte serve un musicista punk per ricordare al jazz come tornare vivo.
