Testo a cura di Elias Cadalanu
Quando il pubblico si aspettava uno zig, Lou Reed faceva zag, diceva Pitchfork. Il Guardian invece aveva chiamato le sue canzoni degli inni alla trasgressione, inni che avevano formato le generazioni a venire. Oltre all’ammirazione potrebbe esserci anche un tono di vendetta, quello di una stampa che ha sempre dovuto fare sparring con l’ex cantante dei Velvet Underground. In un’intervista che ho visto recentemente, più che un boxer, sembra un prodigio giocare contemporaneamente più partite blitz a scacchi. I cinque-sei giornalisti che lo circondano non reggono il passo né l’ironica brevità con cui risponde.
https://www.youtube.com/watch?v=IeMIWCxHgQk
Quando Charli XCX è approdata a novembre su Substack, il secondo della sua serie di tre articoli finiva proprio con quel video, a cui aggiungeva “Is it performance? Is it truth? Is it lies? Who fucking cares? In my opinion it’s just funny and cool.” Esattamente 18 giorni dopo, quel “cool,” sempre sul suo Substack, era morto. A metà aprile poi la cantante ha preso i riflettori di Vogue Inghilterra e sul suo profilo Instagram un link aveva seppellito tutti i post inerenti a brat; ancora oggi dirige a un account secondario su cui si trova solo il pezzo di Laura Snapes, da cui cito testualmente “we have come to bury brat.”
Prima dell’intervista di Vogue, ci eravamo fermati a The Moment, il mockumentary scritto e diretto da Aidan Zamiri che mette in scena l’autodistruzione e la fine di brat. È una sorta di trasposizione in commedia, in stile Succession, della seconda fase dell’album: lasciare che il progetto andasse incontro alla propria autodistruzione commerciale, accettare la fine della coolness, privilegiare l’obbedienza alla trasgressione e abbracciare una versione più pop e “bastardizzata” dell’album. Piuttosto che abbandonare troppo presto la sua creatura, avrebbe potuto sperimentare e vederla crescere. “Maybe it’s cooler to have a Salvador Dalì fake than a Salvador Dalì original?,” scrive ancora su Substack. Se fosse diventata la morte del progetto, ben venga, sarebbe stato anche l’unico modo per separarsene.
Dopo il decesso, però, per seppellire davvero brat non sono bastate 4 ore di film tra The Moment e Wuthering Heights, l’ultima pellicola di Emerald Fennell per cui Charli ha scritto parte della colonna sonora. Serviva piuttosto lasciar filtrare indizi sul prossimo capitolo. Nell’intervista a Vogue, dichiara che “il dancefloor è morto” e Snapes non fa a meno di descrivere il nuovo album come un progetto rock. Ancora una volta, l’attenzione passa attraverso la trasgressione: fare zag quando tutti si aspettano uno zig. Del resto, era inevitabile che imbracciare la chitarra avrebbe fatto storcere il naso a più di qualcuno.
Ai tempi di Lou Reed, la sovversione era quasi la norma, per un artista sembrava molto più difficile trovare un compromesso con l’establishment. Forse è proprio questa la differenza tra una popstar e una rockstar. Oggi, invece, la trasgressione sembra diventata parte integrante del personaggio. Basti pensare che al mockumentary satirico di Charli XCX abbiano partecipato la sua stessa etichetta, Atlantic Records, e che sia stato prodotto da un colosso come Universal Pictures. È come se la trasgressione fosse stata, in qualche modo, aziendalizzata.
Da una parte, le chitarre sembrano una scelta costruita, quasi parte di un personaggio; dall’altra, la nuova Charli che emerge su Substack o al cinema racconta una forma di trasgressione vera, quella di un’artista soffocata dal proprio pubblico, intrappolata, per citare ancora Vogue, dentro dei “bullet points”. Il contrasto con il suo nuovo pubblico è evidente: difficilmente a chi la segue oggi interessa davvero leggere Substack o guardare film come Faces of Death. Non a caso, il primo commento sotto il repost del lungo articolo di Vogue recita: “i ain’t reading allat love u tho”, rigorosamente tutto in minuscolo.
Quanti sapevano che Charli XCX è una fan dei The Velvet Underground? Quanti conoscevano il suo Substack, o l’hanno vista recitare in Erupcja di Pete Ohs? E ancora, quanti sono a conoscenza della sua passione per il surrealismo francese o del suo prolifico profilo Letterboxd? Possono sembrare capricci da star, ma a me assomigliano piuttosto a una forma di “detox” dalla popolarità e dal suo nuovo pubblico. Come se Charli fosse alla ricerca di un ritorno all’underground, da cui, non scordiamoci mai, la sua musica viene.
La mia paura è che tutto questo possa perdersi e non trasformarsi mai in musica.
Se vogliamo trascinare il paragone con Lou Reed, non penso che il prossimo album di Charli possa essere l’equivalente di Metal Machine Music, a malapena l’equivalente di Berlin. Ma il suo rapporto con la fama va in quella direzione lì. Charli non sembra potersi scindere veramente dalla trasgressione, quella che prima chiamava brat attitude e poi coolness, adesso è diventata fare journaling su una piattaforma dove si postano articoli. Charli non sembra potersi permettere di essere ridotta a qualcosa di troppo semplice, d’altronde è la paura di tutti gli artisti che si rispettino.
È forse proprio questo il motivo per il quale trasgrediamo? Non è proprio per non sembrare semplici agli altri, che facciamo zig ogni volta che qualcuno si aspetta zag?
