Trascendere la dimensione terrestre per scoprire il lato più “oscuro” della luna. Oscuro perché nascosto, refrattario all’esteriorizzazione di tutto.
Questa è la missione compiuta dai Nu Genea nel loro ultimo disco “People of the Moon” uscito l’1 maggio a tre anni di distanza da “Bar Mediterraneo”: lasciare il pianeta Terra per scoprire una parte inedita di se stessi, più libera e coraggiosa, capace di superare i confini imposti dai pregiudizi e dalle conformità a cui la società vuole a tutti i costi assoggettarci.
Anche le sonorità dell’album risentono di questo desiderio di evasione di Lucio e Massimo, arricchendosi di influenze eterogenee frutto di esplorazioni a più latitudini: non solo il neo-funk napoletano ma anche il soul jazz britannico, le influenze andaluse, arabe e brasiliane.
Il tutto frutto di una ricerca che, anche se può sembrare un ossimoro, non è stata studiata a tavolino ma è venuta plasmandosi in maniera naturale tra viaggi, incontri e session in studio.
Li abbiamo intervistati per scoprire in che modo sono arrivati al nuovo disco e cosa ci aspetta ai prossimi live.
Dal groviglio dei vicoli di Nuova Napoli, al conviviale crocevia del Bar Mediterraneo fino ad arrivare alla luna. Cosa, in questi tre anni, vi ha portati nello spazio?
In realtà People of the Moon è uno spazio interiore. È importante chiarirlo subito, perché non voleva essere un disco che parte da Napoli, si allarga al Mediterraneo e poi arriva fino alla luna e oltre. No: è semplicemente un disco molto più intimo rispetto ai precedenti.
È un disco “terrestre”, in cui la luna diventa una dimensione attraverso cui guardiamo noi stessi. Siamo profondamente influenzati, in positivo e in negativo, dalla società che ci circonda e dalla Terra in cui viviamo. Amiamo il nostro pianeta, ma non possiamo ignorare tutto ciò che ci sta intorno. Per questo finiamo un po’ per diventare attori di questa società: ci viene detto come dovremmo essere e, dato che la mente umana è fragile, tendiamo ad adattarci, chi più e chi meno.
People of the Moon vuole essere proprio quel momento in cui proviamo a non cadere in questa trappola: un momento in cui sospendiamo pregiudizi, paragoni e tutto ciò che la società spesso ci impone, fino ad arrivare anche al razzismo. L’intero album ruota attorno a questi temi.
In alcuni brani raccontiamo cosa significa essere succubi di queste dinamiche: ad esempio “Ma tu che bbuò” parla di una persona solitaria che cerca amicizia e compagnia, ma finisce comunque per sentirsi sola. “Sciallà” esprime invece il desiderio di allontanare tutte le persone negative.
Brani come “Shway Shway“, invece, invitano a fermarsi, a guardarsi attorno: perché più rallenti, più riesci davvero a vedere le cose.
Questo disco è stato un insegnamento, oltre che uno specchio di chi siamo e di chi siamo stati mentre lo realizzavamo.
All’inizio abbiamo sentito molto la pressione dei lavori precedenti: dopo il tour, i grandi palchi, l’idea di “dover spaccare”. Alla fine, però, i brani a cui abbiamo pensato meno, con meno foga, sono diventati quelli a cui teniamo di più e che sono rimasti nel disco.
“Shway Shway” ha rappresentato un punto di svolta: ci siamo fermati e ci siamo chiesti cosa ci piacesse davvero.
Dovevamo farlo per gli altri o per noi stessi? Amiamo il nostro pubblico, ma sappiamo che ci capisce anche quando scegliamo direzioni diverse.
Ci sarà sempre chi non apprezza, chi troverà qualcosa obsoleto o, al contrario, chi lo amerà. La cosa importante era fare pace con noi stessi e con l’ispirazione del momento.
È stata una lezione imparata a nostre spese: all’inizio avevamo grandi idee e aspettative, ma alla fine le cose migliori sono nate spontaneamente.
A un certo punto ci siamo anche chiesti se dovessimo “chiedere aiuto agli alieni”, ma abbiamo capito che non serve: bisogna solo ascoltare quella parte di noi che spesso ignoriamo o reprimiamo per via della quotidianità.
La grande novità di questo disco è l’apertura più decisiva ai featuring: cosa vi ha guidati nella scelta delle voci destinate a dare complementarietà alla vostra nella costruzione del suono di “People of the moon”?
Non è stato un processo pianificato: ci siamo resi conto delle cose man mano che lavoravamo sui brani. In base a ciò che scrivevamo, capivamo cosa funzionasse meglio su ogni base. A volte un’idea sembrava non convincere, ma poi proprio quella suggestione iniziale si rivelava efficace, come nel caso di Maria José Llergo.
Tom Mish ci ha scritto su Instagram dicendo che apprezzava la nostra musica ed era un nostro fan. Noi abbiamo risposto con entusiasmo, dicendo che sarebbe stato bello collaborare. A quel punto, visto che stavamo già lavorando al disco e avevamo alcune bozze pronte, ci siamo detti: “Proviamo a fare qualcosa insieme?”. Siamo volati a Londra e gli abbiamo fatto ascoltare diversi brani per capire se ci fosse qualcosa che potesse interessargli, ma nessuno di questi lo ha colpito davvero. Il disco stava prendendo una direzione più vicina a un certo folk americano, California anni ’70: interessante, ma piuttosto distante dal suo mondo. Così abbiamo pensato che forse non fosse scattata la giusta sintonia.
Poi, però, ci siamo ricordati di un video in cui suonava il basso con uno stile funk, un po’ alla Pino D’Angiò. Lui stesso ha proposto di fare qualcosa di ispirato alla disco italiana. Noi eravamo entusiasti. Abbiamo iniziato a lavorare su una base con lui al basso, nonostante sia principalmente un chitarrista, lo suonava in modo naturale ed efficace e, in maniera del tutto spontanea, nel giro di due ore è nata la canzone. Il giorno dopo era praticamente finita: in due giorni il brano era completo.
“Puleza” era invece un pezzo che avevamo nel cassetto da tempo, ma in questo album ha trovato perfettamente il suo spazio, così abbiamo deciso di recuperarlo.
Se doveste assegnare a questo disco dei “genitori” , degli “antenati” artistici, quali sarebbero?
Renato Carosone! in qualche modo lo consideriamo il padre di quella che è stata l’ibridazione e la contaminazione musicale: la capacità di prendere ritmi diversi e mescolarli con la propria energia. In America Latina ha portato il mambo e altri generi, integrandoli con tutta la teatralità della lingua napoletana e della sua tradizione, creando qualcosa di estremamente coinvolgente. Per questo ci renderebbe molto felici se questo disco potesse piacergli. Anche Gegè Di Giacomo sarebbe stata una collaborazione straordinaria.
A breve tornerete sul palco, la vostra vera dimensione. Cosa dobbiamo aspettarci?
Ci saranno dei cambiamenti: l’organico sarà un po’ più esteso, abbiamo ampliato la formazione, anche se per ora non possiamo entrare troppo nei dettagli. In alcune date ci saranno degli ospiti, e qualcuno ci accompagnerà in base ai territori. Faremo del nostro meglio: ci saranno sicuramente delle novità. Siamo molto entusiasti, anche perché la band è ferma da tre anni e sentiamo davvero il bisogno di tornare a suonare dal vivo.
Avete trovato il vostro centro di gravità permanente?
No, e per fortuna. Altrimenti ci saremmo annoiati e avremmo abbandonato la nave. È come un centro che si sposta continuamente: appena pensi di averlo trovato, devi rimetterti in discussione e cercarlo altrove. Se resti fermo, rischi di diventare troppo sicuro di te, o addirittura presuntuoso.
Anche quando il mondo sembra crollare, puoi comunque trovare il modo di volare.
