Per noi che lo seguiamo dagli esordi, che lo ascoltiamo nelle giornate ridenti e anche in quelle tristi, che sorridiamo alle sue facce buffe da palcoscenico e restiamo con gli occhi chiusi quando ci sono solo lui e la sua chitarra, intervistare Mac DeMarco è stato come un sogno.
E già. A volte, fortunatamente, succede che qualcuno si avvera e tu ti ritrovi a parlare su zoom con uno dei tuoi artisti preferiti.
Entra nella tua camera, la stessa in cui spesso risuona la sua musica.
Congratulazioni per l’album e per le date in Italia. L’album “Guitar” è più introspettivo, semplice e poetico rispetto ai tuoi lavori precedenti. Da dove nasce questa scelta di tornare a un approccio più essenziale?
“Non lo so davvero. Non credo di averci pensato troppo. Credo che “Guitar” sia semplicemente venuto fuori da me. È anche indicativo del tipo di musica che ascolto oggi. Forse è anche perché faccio questo da più tempo. Non so se sia più sicurezza, ma so cosa mi piace e non sento il bisogno di nascondermi dietro tanta produzione. Volevo solo fare qualcosa di conciso. È sembrato tutto naturale.”
Hai una chitarra preferita o legata a dei ricordi?
“Non ho mai dato nomi alle chitarre, ma ne ho alcune che sono con me da tanto tempo. Sono terribile a buttare via le cose, quindi le tengo quasi tutte. C’è una chitarra elettrica che ho usato per tutti gli album fino a Another One, e quella per molte persone è ‘la mia chitarra’. Poi ce n’è una acustica usata per anni nei dischi. E ne ho una che era di mio padre, che è molto preziosa per me. Ne ho molte, non le suono tutte spesso, ma ogni tanto ne tiro fuori una vecchia ed è bello.”
Quante chitarre hai adesso?
“Direi circa una ventina. Ma non sono chitarre impressionanti o costose. Sono tutte un po’ di merda a modo loro. Però mi piace anche questo.”
Nel disco usi chitarra acustica ed elettrica e parli di relazioni: c’è una connessione tra questi elementi?
“Non ci avevo davvero pensato, ma mi piace l’idea. Forse c’è qualcosa lì dentro. È sempre stato difficile per me far convivere due chitarre senza che si intralcino. Quindi sì, è interessante.”
Com’è stato il processo di scrittura e produzione di questo album?
“Sono impazzito un po’ e ho fatto un altro disco prima di questo. Poi mi sono perso nel processo di demo e ho pensato di cambiare tutto. Alla fine ho smontato tutto e mi sono seduto sul divano. Ho fatto le cose come faccio di solito, in modo semplice. E quello che è uscito dalle demo è rimasto. Studio a Los Angeles, senza grandi cose. È stato liberatorio concentrarsi solo sulle canzoni.”
Come scrivi oggi musica e testi?
“Oggi succede tutto insieme. A volte il testo influenza la melodia. Scrivo una linea, continuo, e la chitarra è lì con me. Tutto arriva insieme. Dopo aggiungo batteria, basso e magari un’altra chitarra se serve.”
Da dove arriva l’ispirazione per questo disco?
“Molte colonne sonore, musica più lirica e semplice. E anche artisti come Lou Reed. Inoltre ho passato del tempo nel Pacific Northwest prima di farlo, e quell’atmosfera è rimasta dentro. I luoghi ti restano addosso.”
Questo album sembra meno nostalgico ma comunque malinconico. C’è anche speranza?
“Sì, credo ci sia. È un po’ come: ci sono problemi, ma anche… chi se ne frega, divertiamoci. Da giovani tutto è più drammatico. Ora è più equilibrato.”
Fare musica è più difficile oggi o quando eri più giovane?
“È diverso. Da giovane non pensi troppo, succede tutto in modo naturale. Ora c’è più consapevolezza e anche più cose nella vita. Non potrei fare la musica che facevo allora, ma nemmeno allora avrei potuto fare quella di oggi. Va bene così. Sono contento di tutto quello che c’è stato.”
Ti piacerebbe fare una colonna sonora?
“Forse sì, ma solo se fosse qualcosa di importante per me o per qualcuno importante. Non sono molto bravo a ricevere note o cambiamenti. Se consegno qualcosa e mi danno feedback, probabilmente direi che era meglio prima. Non è proprio il mio forte.”
Hai rimpianti o progetti che avresti voluto fare?
“Non davvero. Cerco di andare avanti. A volte penso ai mix o a come avrei fatto diversamente, ma poi passa e finisci per amarli così come sono. Sto seguendo una strada e continuo su quella. C’è ancora mistero, e lo scoprirò col tempo.”
Cosa pensi di AI e nuove tecnologie nella musica?
“Non sono molto dentro a queste cose. Mi sento fortunato perché sono arrivato prima del grande cambiamento. Oggi è tutto un po’ folle. È difficile per i nuovi artisti emergere. Però forse questo creerà nuove strade.
Il problema è che molta gente salta la parte importante, cioè fare arte. Tutti pensano a numeri e soldi, e allora non importa più se è umano o no.
E mi preoccupa anche la disonestà, tipo ‘questa band non è reale ma non te lo dico’. È strano. Meglio che resti chiaro.”
Che consiglio dai ai giovani che vogliono fare musica?
“Ho sempre detto la stessa cosa: fallo e basta. Divertiti a fare arte e trova persone nella tua zona che lo fanno. Oggi c’è tantissima informazione online, ma una volta dovevi capire tutto da solo. Internet aiuta, ma l’esperienza reale è diversa.”
Hai scoperto nuova musica italiana o artisti emergenti?
“Mi vengono in mente cose italo-americane. Poi c’è una band chiamata Gigi Girls che ho conosciuto tramite Ryan Paris. Fanno un tipo di disco molto divertente. E poi ci sarà Otto Benson che aprirà i concerti in Italia con noi. Ha le idee giuste. In generale ci sono cose buone in giro, anche se oggi è difficile.”
