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Tornare a fluire

– di Lodovico Lindemann

Li si può definire psichedelici, indietronici, trip hop e tanto altro, quel che è certo è che i Niagara non badano alle etichette ma hanno un’idea molto chiara della musica che vogliono fare. Li abbiamo incontrati in occasione dell’uscita di Hyperocean per farci raccontare come è fatto il pianeta su cui hanno composto l’album.

Il concept dell’album è l’acqua. Da dove nasce?
Davide Tomat: un po’ nasce dal nome stesso Niagara, che ha chiaramente a che fare con l’acqua. È un concept che avevamo in mente già da un po’ di tempo: già anni fa, quando forse eravamo più dentro un’ottica sperimentale, volevamo fare un disco usando solo l’acqua come strumento, ma per tanti motivi non lo abbiamo mai fatto. È stato naturale ritornarci ora. Dato che avevamo l’impressione di esserci fermati con gli altri progetti più sperimentali, probabilmente abbiamo accusato il bisogno di giocare di nuovo in quell’ottica, quindi siamo ripartiti da questa idea che già avevamo in testa.

In effetti, lo stesso nome Niagara suggerisce una vicinanza a quell’elemento. Quindi perché è tornato solo adesso?
Gabriele Ottino: avevamo semplicemente bisogno di tornare a quell’idea originale. Il progetto Niagara è nato da un lavoro di campionamento di parte della colonna sonora e anche spezzoni di audio del film omonimo con Marilyn Monroe, che aveva come background le cascate e il fiume. Perciò l’acqua ci ha sempre accompagnati, è un elemento ricorrente da quando è iniziato il progetto. Anche nei video degli altri dischi c’è sempre l’acqua o il ghiaccio o una spiaggia o ci siamo noi sott’acqua… insomma è una costante. Per Hyperocean l’acqua è stata sia una metafora sia un ritorno alle origini del progetto.

Davide: prima di comporre Hyperocean siamo stati anche tanto in giro. Portando l’ultimo album live per un lungo tour abbiamo sentito questo bisogno di un ritorno a noi stessi, come di riprenderci. Forse l’acqua è stata un elemento di ricerca di rientrare in noi stessi dopo aver passato tanto tempo con altre persone, a vedere luoghi, con tanti stimoli esterni. L’acqua rappresenta anche quella fase di crescita oppure di rinascita, pensando ai nove mesi in cui stai per nascere in cui senti i rumori attraverso l’acqua. Questo si unisce alla volontà di fare un disco che suonasse molto sul corpo: l’acqua la percepisci tanto sul corpo.

Anche Don’t Take It Personally era ispirato a un concept che era lo scontro tra natura e tecnologia, che è più astratto, mentre l’acqua è un elemento materiale. Qual è la differenza? Come ci avete lavorato?
Gabriele: il concept è più materiale però tutto il disco lo abbiamo fatto idealmente su un pianeta completamente ricoperto dall’acqua. Quindi i pezzi che andavamo a creare li mettevamo tutti fisicamente su questo pianeta. Avere questo immaginario ci ha aiutato a chiudere i brani, a scrivere i testi, a darci un’idea di ogni pezzo. Siamo giunti addirittura a creare con un modellatore 3D questo mondo virtuale che si chiama Hyperocean. Quindi ora esiste ma non è fisico, è in un’altra dimensione parallela.

Dall’acqua che è un elemento quotidiano siete passati a un livello virtuale, quasi fantascientifico.
Davide: perché per noi l’acqua è un monito di crescita e di cambiamento, però ricordandoci sempre da dove veniamo, quindi mantenendo quella struttura originale, dato che siamo pur sempre composti di acqua. Quindi evolvere, andare verso la tecnologia, utilizzare strumenti diversi, riascoltare, rielaborare, però ricordandoci chi siamo.

Gabriele: potremmo quasi dire che Hyperocean è la soluzione di Don’t Take It Personally: vai avanti ma ricordati chi sei, da dove arrivi. Per questo non è un immaginario fantascientifico, non ha a che fare con i viaggi spaziali, è più surreale.

A livello sonoro mi sembra che, rispetto ai precedenti, quest’album sia più oscuro. È perché sono cambiati i vostri ascolti?
Davide: è più oscuro perché la luce sott’acqua fa più fatica a passare, anche il suono è più ovattato. Gli ascolti cambiano sempre perché c’è tantissima musica e perdersela è un peccato. Cerchiamo sempre di scoprire cose che ci piacciono. Probabilmente se avessimo finito l’album sei mesi dopo sarebbe stato totalmente diverso, perché conta tanto cosa ascoltiamo nel periodo in cui stiamo registrando.

Gabriele: in realtà noi abbiamo sempre avuto una tendenza scura, forse in quest’ultimo album ci siamo lasciati un po’ più andare. Ci piacciono le cose scure, arriviamo tanto da quel mondo. L’elettronica che ci piace è sempre stata scura, tipo Massive Attack o Aphex Twin. Ma anche tra gli artisti nuovi che ci piacciono di più ci sono molte cose estremamente scure, penso ad Arca per esempio.

Quindi mi sembra preferiate ispirarvi più a delle immagini o a delle idee piuttosto che ad ascolti che trovate.
Davide: gli ascolti che troviamo ci suggeriscono delle immagini, quindi ci influenzano in questo modo. La musica che ci piace ci dà delle suggestioni emotive o immaginifiche, quelle cose ci suggestionano. Preferiamo farci il nostro trip, trovare la nostra soluzione, che poi magari conosciamo solo noi ma va bene comunque.

Gabriele: sì non pensiamo mai di fare un pezzo uguale a un altro.

Come nasce una traccia?
Gabriele: partiamo da idee sonore però per chiuderle, per dar loro un senso, di solito ci immaginiamo uno scenario. Abbiamo delle visioni, delle immagini che ci aiutano a mettere nella giusta posizione il suono, le parole e i testi.

Davide: non riusciamo a chiudere un pezzo se non abbiamo un’immagine nostra, che sia emotiva o del pezzo. Fino a che il pezzo non ha un senso per entrambi, che spesso è simile ma a volte può essere anche diverso, non riusciamo a concluderlo.

Gabriele: per esempio Solar Valley ha un senso diverso per noi due. Ognuno aveva immagini diverse: io di una persona che stava per essere bruciata al rogo, lui di un focolare che veniva spento dalla pioggia. Perciò queste immagini si sono come fuse nella storia di questo personaggio che sta per essere arso vivo ma le fiamme vengono spente dalla pioggia.

Mi sembra che da ogni immagine nasca sempre una narrazione.
Gabriele: è più il suono stesso a costituire una narrazione. I testi invece sono molto immaginifici. Sono totalmente surreali, non parlano di una cosa specifica, è come se fossero delle parole randomiche pronunciate dal protagonista di quello che sta accadendo: i sentimenti, i pensieri… non ti raccontano mai veramente qualcosa, sono più stati d’animo. Invece il suono ha proprio un’evoluzione, ti racconta davvero una storia.

C’è anche all’interno dell’album una narrazione continua o ogni traccia è slegata?
Davide: è un loop, c’è una macro-visione che se vai a stringere continua a moltiplicarsi. È come se fosse un pianeta che raccoglie un altro pianeta all’interno, poi un altro pianeta ancora. Anche all’interno dei pezzi ci sono altri micro-frammenti di suono.

Gabriele: possono sembrare anche diversi racconti dello stesso pianeta, di quello che succede, che però poi visti dall’alto creano insieme un’altra storia. Non hanno esattamente un legame gli uni tra gli altri ma volendo puoi costruirlo.

L’album mi sembra attraversato da tante simbologie. Per esempio, mi sembra usiate molto i numeri. C’è una spiegazione?
Davide: l’ultima canzone dura 11 minuti e 33 secondi e il disco 55, sì i numeri ritornano. Ma lì è un po’ colpa mia: vado un po’ in fissa coi numeri. Io ovunque vada ho a che fare con l’11, mi segue. Quindi ho pensato un po’ di giocarci. Il primo disco era Otto, anche perché lui è Ottino, perciò stavolta toccava me. Ma i numeri tornano da soli. L’unica cosa che abbiamo fatto davvero intenzionalmente è stata far finire Alfa 11 ai 33 secondi. Per il resto, pure i 55 minuti della durata complessiva sono casuali. Il primo pezzo di Otto dura 2 minuti e 22 secondi, poi tante volte ci capitava di fare i concerti l’11 o il 22 però sono solo numeri alla fine.

Il primo pezzo si chiama Mizu, acqua in giapponese. Perché la scelta del giapponese?
Gabriele: in realtà quello è stato un inserto di Maurizio Borgna, il ragazzo che ci ha mixato il disco. All’inizio avevamo chiesto a Kazu Makino, la cantante dei Blonde Redhead, di fare delle voci su Mizu: lei lo ha ascoltato, le piaceva però non le veniva niente. Quindi abbiamo inserito una voce robotica che recita un testo giapponese sull’acqua, su come è composta, le sue caratteristiche e tecniche.

Davide: comunque per noi non ci sarebbe stata nessun’altra lingua. Anche prima di chiedere a Kazu eravamo fissati con il giapponese. Già un po’ di anni fa avevamo dei pezzi che volevamo far cantare a una nostra amica giapponese. Una volta c’era questa ragazza che ci faceva i disegni dei Niagara nello stile dei manga, quindi noi siamo pieni di disegni nostri fatti così e magari in qualche modo il Giappone ci è entrato in testa da lì e non se n’è più andato.

In Blackpool si parla di una piscina di acqua nera che può essere facilmente interpretabile come petrolio. C’è un richiamo da parte vostra a temi riguardo l’inquinamento?
Gabriele: in realtà è più un tema di tipo immaginifico. Il titolo viene da una delle città più folli in cui abbiamo suonato lo scorso anno, che è pure la città natale di Robert Smith, in Inghilterra. A parte il titolo, tutto il brano è ambientato in Hyperocean. Ci siamo immaginati questo abitante che si ritrova nell’unica zona desertica di questa terra e, aggirandosi in cerca di acqua, arriva a un lago che è una pozza gigante di acqua nera. Alla fine quindi si trova costretto a continuare a camminare tenendosi la sete.

Davide: può essere anche visto come una metafora: arrivare dall’acqua, spostarsi, trovarsi in altre situazioni e quindi decidere se soffrire andando avanti e portandosi dentro tutto quello che ci appartiene, oppure buttarsi nel petrolio che certamente è un simbolo di moltissime cose negative che viviamo nella società. Questo abitante finisce per mantenersi in vita a stenti, fondamentalmente tanto quanto anche noi ci stiamo distruggendo. Deve continuare a camminare nel deserto piuttosto che buttarsi nella pozza nera. Anche nella copertina c’è questa dualità di petrolio e acqua e Blackpool poteva anche essere il titolo del disco, perché a volte si ha davvero la sensazione di vivere in una pozza di petrolio nel mondo. L’acqua e il petrolio sono due cose diverse però sono entrambi fluidi: noi abbiamo scelto l’acqua però a volte ci sembra il contrario. C’è questa sensazione di inquinamento petrolifero, che è il nostro star male, che ci ha spinto ad andarcene in un pianeta in cui non c’è nient’altro che acqua. Non abbiamo vissuto l’intero album per trasmettere questo concetto però è presente.

In che senso il pianeta ha più dimensioni?
Davide: è a n dimensioni nel senso che non è a 3 o a 4 ma cambia, dipende dalla tua voglia di percepirlo. Essendo un pianeta immaginario, che non esiste ma in cui siamo stati, ha questa caratteristica di adattarsi al tuo grado di elaborazione, di immaginazione. La quarta dimensione potrebbe essere il tempo, infatti, preso nella storia globale tutta insieme, ci sono anche salti temporali all’interno della narrazione. Per esempio Alfa 11 sarebbe l’inizio di tutto il viaggio che abbiamo fatto su Hyperocean. Siccome abbiamo pure deciso di giocarci in 3D abbiamo in qualche modo elaborato questo concetto di un pianeta che acquista le dimensioni che tu sei in grado di fargli acquistare standoci dentro. Siccome è immaginario è libero, è come un’idea, si evolve.

Voler creare un nuovo pianeta significa evadere dal nostro?
Gabriele: in effetti, inizialmente Hyperocean doveva essere il pianeta Terra completamente ricoperto dall’acqua dopo uno Tsunami incredibile. L’ultimo brano parla proprio di questo Tsunami. Poi si è trasformato in un’idea, una nostra creazione immaginifica creata realmente in un’atra dimensione. Quindi del tutto un altro pianeta.

Davide: sì pur non essendo felici del pianeta in cui viviamo non vogliamo nemmeno distruggerlo e augurargli un’inondazione (ride, ndr). Invece immaginare un altro pianeta che è vergine, perciò da ricostruire, da rivedere o da lasciare libero, ci piaceva di più.

Hyperocean è composto da 11 brani che scolpiscono il paesaggio sonoro del mondo oceanico dei Niagara.
È disponibile da oggi, 29 aprile, in digitale, in CD e in una limited edition in vinile a 180gr che include anche una copia dell’album in CD.

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