Sufjan
Stevens

Testo di Valentina Ziliani

Illustrazione di Martina Bliss

In partnership con

Non ho idea di quanti modi ci siano per scoprire le cose.
Può accadere a passo circospetto. Una scoperta in ralenti, come quando si viaggia su una strada a percorrenza lenta. Può essere qualcosa che ignoravi perché non ne avevi preso nota e infine, ma certo, eccolo.
Può avere il rumore di una deflagrazione tanto è improvviso e sconvolgente. Oppure può manifestarsi dolcemente: un riconoscersi reciproco, un sentimento che prima non avevi messo a fuoco – ma che era lì, l’avevi messa da qualche parte, in una tasca del tuo corpo. Può capitare totalmente a caso oppure perché lo stavi cercando con tutte le tue forze.
Ricordo benissimo dove ero quando ho scoperto Sufjan Stevens.
Era Capodanno di quasi dieci anni fa, a casa di un amico. Strano tu non l’abbia ancora scoperto, è proprio la tua roba. Eravamo nella stanza dove era cresciuto. Nella mia mente la sua cameretta e Sufjan Stevens si sovrappongono in un ricordo dolcissimo, una sorta di natività pagana, un luogo sacro della memoria.È difficile descrivere la musica di Sufjan Stevens a chi non lo conosce. C’è una forte componente folk che abbraccia arrangiamenti a volte orchestrali, a volte elettronici, a volte ambient. Ci sono cori e controcanti, fiati e sintetizzatori, eleganti suite strumentali e gioiose cacofonie, momenti raccolti e crescendo cosmici.
E poi c’è la voce di Sufjan che racconta storie. Storie locali e regionali dell’Illinois, del Michigan e dell’Oregon, miti greci, pianeti, stelle e oroscopi, episodi provenienti dalla Bibbia, leggende legate al Natale, superstrade e rodei, pattinatrici e presidenti americani. La sua discografia ha saputo toccare i temi più disparati con spirito d’avventura e genuina curiosità. Come ha scritto lui stesso anni fa:«Mi impegno nel mio lavoro come un padre cresce suo figlio, con infinita bontà, orgoglio e arricchimento, con stupore e meraviglia, amore incondizionato, assoluto sacrificio. Ne faccio il mio obiettivo impossibile.»La sua poetica si muove su due piani: la scoperta di storie appartenenti alla tradizione americana si svolge parallelamente (e talvolta coincide) alla creazione di un’epica che ha come protagonista Sufjan Stevens stesso. Ogni brano è disseminato da infiniti ricordi e dettagli della sua storia personale che si incastrano sapientemente nella narrazione folkloristica fino a camuffarsi e assumere connotati e toni leggendari (è un meccanismo presente nell’album-pietra miliare Illinois ma anche nell’instant classic del 2015 Carrie&Lowell e nel più recente progetto Planetarium del 2017).
La sua opera è animata da una costante ricerca del piccolo, dell’intimo e del personale nell’universo del grandissimo, dell’immenso, del colossale: la ricerca di una traccia di sé – nello sterminato spazio del là fuori, di un dettaglio che ricomponga e completi il magma della memoria e che dia senso al presente. Eccolo, l’obiettivo impossibile: un cambiamento che porta alla maturazione, una rinnovata consapevolezza, una lucida auto-accettazione e una costruzione della propria identità. Riprendendo le parole di Walt Whitman durante un concerto, Sufjan racconta:

“Io celebro me stesso, e canto me stesso, e quel che io do per scontato anche voi lo dovete dare per scontato, poiché ogni atomo che appartiene a me appartiene tale e quale a voi.” La molteplicità dell’essere. Pensi di essere una cosa sola ma non è così. Abituati perché sarà sempre un continuo cambiamento dentro di te.

Non stupisce quindi che nel suo percorso musicale, sempre più simile a un genere letterario, ci sia spazio per il film di Luca Guadagnino Chiamami col tuo nome, che ha come tema portante un innamoramento giovanile, ma è soprattutto un inno alla memoria e alla scoperta di sé, tematiche molto care a Sufjan Stevens.
Ambientato in Italia nei primi anni ’80, Chiamami col tuo nome racconta il primo amore del diciassettenne Elio, interpretato dall’efebico Timotheé Chalamet, per il ventiquattrenne Oliver, assistente di suo padre, l’attore Armie Hammer. Elio incarna perfettamente la tipologia narrativa del personaggio a tutto tondo che subisce un cambiamento e che riflette i sogni e le speranze del lettore e dello spettatore. Come nel romanzo di formazione, il suo sviluppo è il fulcro della storia: Elio amplia il suo paesaggio emotivo incontrando il nuovo sé e accogliendolo nella sua esperienza umana.
Proprio come Sufjan Stevens nella sua musica, Elio abbraccia le misteriose vie con cui la bellezza e il caos manifestano la loro presenza nel mondo: attraverso l’amore. L’amore, ovvero la scoperta di sé attraverso la scoperta dell’altro, il completamento, il riconoscersi.
Call By Your Name è il primo film per cui Sufjan Stevens compone musica originale: a Guadagnino, Stevens dona una rilettura del brano Futile Devices, proveniente dall’album del 2010 The Age of Adz, che calza a pennello all’interno della storia grazie a strati riverberati di piano e synth e armonizzazioni dissonanti che aggiungono un’atmosfera oscura alla melodia originale. Ma soprattutto per Call By Your Name, Sufjan Stevens scrive due brani inediti, Mystery of Love e Visions of Gideon, entrambi simili come scrittura, pattern narrativi e stile musicale alle canzoni dell’album Carrie&Lowell.
Visions of Gideon è una canzone subacquea ed eterea che ha lo stesso sapore di un ricordo ovattato e nostalgico, intangibile come se si stessero vivendo gli ultimi momenti con la persona amata uscendo dal proprio corpo. Mystery of Love, in odor di candidatura di Oscar, è un splendido compendio del Sufjan più folk e mistico sul senso ineffabile e nascosto dell’amore. L’amore come dono, esperienza sensuale di piacere e dolore, viscerale e profonda, tumulto e carezza, verità rivelata eppure al di sopra della conoscenza umana, universo di moltitudini e di infinita ricerca. La scoperta di una parte di sé nell’altro e di un nuovo pezzo della nostra storia.



Chiamami col tuo nome è un racconto sensuale e trascendente basato sul romanzo di André Aciman pubblicato nel 2007 e scritto vorticosamente in soli tre mesi. La scrittura quasi tridimensionale di Aciman, grondante sensualità e sofferenza, è stata trasposta nella regia vibrante e sapiente di Luca Guadagnino che ha voluto esplorare l’idillio della giovinezza e quel sentimento di confusione e meraviglia pronto a essere chiamato col suo nome: l’amore. Chiamami col tuo nome, racconta Guadagnino stesso, chiude idealmente una trilogia di film sul desiderio inizia con Io sono l’amore e proseguita con A Bigger Splash, entrambi con l’attrice amica e musa Tilda Swinton. In Chiamami col tuo nome il desiderio esplode e si rivela, cresce morso dopo morso, contraccambiato e crepitante, un ritmo nuovo da seguire e assecondare. La camera di Guadagnino ritrae un desiderio profondo e assolato come la calda estate del 1983 della campagna lombarda di Crema e colora un ricordo di gioventù utilizzando i cinque sensi: ogni scena è da assaporare lentamente come un momento irripetibile che si conserverà nella memoria e nel cuore.

Chiamami col tuo nome uscirà in Italia il 25 gennaio 2018.

Noi non vediamo l’ora.