Bug Teeth – Tapeworm
Nel 1665 veniva pubblicato per la prima volta Micrographia, un trattato che conteneva immagini di insetti, piante, fiori e oggetti visti al microscopio. Per la prima volta si potevano vedere da vicino le squame di un serpente, i pori sulle pietre, le spore dei funghi, i peli sul dorso di una formica. Con la stessa lente di Robert Hooke, Bug Teeth ingrandisce, analizza e disegna il suo dolore e il peso di amare qualcuno che non c’è più.
Al centro di “Micrographia”, il nuovo disco di PJ Johnson con il suo progetto Bug Teeth, c’è la morte di sua madre nel 2021. Si apre con Tapeworm, un brano in cui la cantautrice si interroga sulla possibile rinuncia di sua madre di avere figli in un’altra vita: “With time again would you give it up / A sacrifice / Would you give me up?” – il mio corpo e la mia mente si pietrificano, il resto è solo un lento tentativo di non abbandonarmi. È un disco bellissimo, atroce, emotivo, pieno di ricordi e risentimenti, ma senza rabbia. Le dinamiche familiari si intrecciano a vocaboli organici, fossili, ricordandoci che l’invecchiamento e la morte sono naturali quanto la vita.
L’atmosfera è bellissima, embrionale, e la sofferenza non diventa mai sentimentalismo, ma viene analizzata e medicata proprio come una vera ferita. A volte la voce di PJ Johnson è appesa a un filo, altre è una barca alla deriva. “Micrographia” è un album difficile, enorme nel suo progetto di raccolta di piccoli suoni (proprio come Robert Hooke), che ho ascoltato dieci volte di fila e che voglio sentire altre cento. Non ha la pretesa o la necessità di accettazione di un dolore, ma un desiderio forte di comprenderlo. Pieno di vita, di amore, e con dei piccoli denti affilati che ci bucano il cuore, facendoci sentire il calore del sangue che straripa nel corpo.
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