Elita Festival 2012 | DLSO Report

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Un altro Elita Festival s’è concluso da qualche giorno: smontati i palchi, spente le luci, chiuso il sipario, abbiamo il tempo di buttar giù due righe su ciò che è stato. Era la sua settima edizione—a conferma del fatto che Milano sembri portare fedeltà da diversi anni a questa pregevole iniziativa—e l’intento dichiarato era quello di ricondurre le persone a contatto con la musica, con gli strumenti, col sudore dello spettatore accanto a noi. È stata l’edizione in cui ha vinto l’orecchio sulla vista, in cui la mediatizzazione dell’evento, seppur fortissima, non ha schiacciato la dimensione calda ed intimistica che la musica dovrebbe sempre recare con sé.

Poiché il dono dell’ubiquità, che pure vorremmo avere, ancora non ci appartiene, abbiamo selezionato alcuni concerti e djset all’interno del vastissimo network di codest’anno a cui presenziare. Questo il resoconto e le impressioni di DLSO che con un orecchio ascoltava e con una mano prendeva appunti.


19/04 – Iori’s Eyes, Walls, Little Dragon, Soul Clap, Switch

Il primo concerto al quale mi precipito è quello degli Iori’s Eyes. Purtroppo non ho mai avuto un buon rapporto col tempo e per di più la mia amica Kiara-con-la-kappa aveva preparato delle ottime patatine fritte fatte in casa e non ho avuto il coraggio di palesarle la mia fretta. Arrivo in una sala semi vuota, dall’aria un po’ spettrale trattandosi di un teatro lasciato nudo, naturale, privo di qualsivoglia tipo di orpelli. L’unica concessione lasciata al colore è quella del sipario rosso scarlatto e delle luci di scena, mentre dal soffitto penzolano quattro lampadari decadenti pieni di cristalli. E’ in questa amabile cornice che d’ora in poi vi conviene immaginarvi i live dell’Elita.

Gli Iori’s Eyes mi appaiono timidi ma carichi, hanno il solito atteggiamento lo-fi senza il quale non sarebbero riconoscibili. Non faccio in tempo a prendere appunti sulla loro performance che salutano il pubblico in velocità, senza soluzione di continuità tra il concerto e la sua fine. Per i cinque minuti che riesco ad ascoltare apprezzo la svolta dub delle sonorità espresse già nell’ultimo album Double Soul, a metà tra il rock e il dream pop, così liberamente ispirate a Blake e alle migliori tracce dei Massive Attack.
Dopo un giro veloce tra le altre sale del teatro, che intanto accolgono progetti d’ogni genere, dalle illustrazioni di Francesco Bongiorni che mi hanno ricordato tantissimo lo stile di Emiliano Ponzi alle lezioni di bella grafia di Luca Barcellona e Francesca Biasetton, mi butto di nuovo sotto il main stage, questa volta per ascoltare il live dei bravissimi Walls.

Loro sono Alessio Natalizia e Sam Willis ed hanno prodotto un gran bell’album omonimo nel 2010 e Coracle nel 2011 su etichetta Kompact. Si intravedono appena i loro busti dietro la consolle, l’uno impegnato dietro al mixer e l’altro che armeggia con chitarra elettrica e voce. La loro esibizione è stata assolutamente una di quelle che mi ha coinvolto di più emotivamente: sperimentazione allo stato puro, shoegaze, elettronica senza confini. In più di un momento mi è capitato di domandarmi se si trattasse di suoni o rumori, se fossi desta o non fossi stata catapultata in un mind trip senza biglietto. I visual alle loro spalle rafforzano da morire la psichedelia della musica, rimandano ad atmosfere lontane,equatoriali, dai ritmi ansiogeni e dalla grana retrò. Il pubblico è combattuto tra due possibilità: ascoltare appieno o lasciarsi andare. I bpm strisciano nella cassa toracica, il duo rilascia bombe sulla terra senza farle scoppiare mai, sfumano su sé stesse, finchè i bassi non si riappropiano della scena per riportarti allo stato di coscienza. L’insieme di musica e immagini mi ha fatto venire in mente l’ultimo disco degli Air e sorgere un quesito di vecchia conoscenza: di che materia sono fatti i sogni? Di che materia non lo so, sicuramente il loro suono esce fuori dalle mani dei Walls.

Saranno state all’incirca le 23.00 quando sul palco salgono i Little Dragon. La band svedese nata nel 2006 è una di quelle di cui non vorresti mai arrivasse la fine del concerto. Non solo per la mistura perfetta di dream pop, synth, neo soul in cui sono bravi a trasportarti, ma soprattutto per l’energia irradiata dal palco. La padronanza di Yukumi Nagano nel modulare la voce vibrata ti lascia senza fiato, esattamente come il buonumore che il suo corpo veicola verso il pubblico entusiasta a numeroso, accorso per assistere ad un live a cui puoi vantarti di essere stato. I tastieristi del gruppo paiono avere dita infaticabili, uno dei due si lancia su un bongo percuotendolo senza pietà: ho la sensazione di essere finita ad una festa di paese, non nella sua accezione negativa, ma per la capacità che le manifestazioni popolari hanno di consegnare i partecipanti nelle mani della spensieratezza e della grazia leggera. Ad aprire le danze Ritual Union, title track dell’ultimo album, per proseguire con incursioni altalenanti tra brani recenti e lontani durante tutto il concerto con Nightlight, Precious, Brush The Heat, avviandosi alla conclusione con un’adorabile Little Man e un’emozionante Twice, il primo brano della loro carriera, delicato come una carezza che ti saluta. Cala il sipario, applausi e felicità. Grazie è l’unica parola che vorrei andare a dirgli.


- di Nicolò D’Addeo

Nell’evento a cui ho presenziato io si è esibito dj Switch. In apertura si sono susseguiti The Fancy Mudbloods (di cui non parlerò per evitare conflitti di interessi, essendo io stesso uno dei due), Ambiotika e MIlangeles (accattivanti e adattissimi alla situazione, abili riempi-pista), fino a giungere alla chiusura del deus ex machina – his majesty Tilt.
Forse per le alte aspettative che tutti nutrivamo nei confronti di uno dei mostri sacri della scena, il dj set di Switch è stato, se non deludente, perlomeno strampalato. Tecnicamente eccelso fino alla prima metà del set, disastrosamente superficiale quando l’alcool (tanto alcool) è entrato in circolo, Dave Switch Taylor ha cambiato genere musicale ogni tre o quattro pezzi, passando da techno, ad house, a dubstep, ad altri generi che non sono riuscito nemmeno a decifrare, con una facilità fastidiosa.
Serata divertente e riuscita, ci mancherebbe. Ma sentire un dj che—pur con totale allegria (alcolica)—ti delude, ti fa sempre andare a casa con l’amaro in bocca.

I più attenti noteranno che manca il report riguardante i Soul Clap ed affidato al nostro Diego. Non disperate, arriverà domani. Il perché di questa separazione? Lo capirete ad articolo pubblicato (NDR).


20/04 Citizens!, Moullinex

Nuovo giorno, nuovo slot di eventi: abbiamo deciso di assistere all’esibizione dei tanto chiacchierati Citizens! e al djset di quel simpatico nonché tenerissimo uomo barbuto che è Moullinex. I Citizens! cominciano con una buona mezz’ora di ritardo rispetto all’orario segnato in agenda e speriamo che la durata del concerto sia almeno pari a quella dell’attesa. Ebbene, il giovane gruppo ci ha intrattenuto per meno di mezz’ora, con un’entrata in scena fugace e un’altrettanto fulminea uscita.

Di carica ne hanno, i loro volti sembrano un po’ delusi dalla scarsità di presenti in sala. Siamo davvero pochi, forse perché in pochi siamo a conoscerli già. I cinque bellocci sono tra i pupilli della Kitsuné, l’etichetta parigina più smaccatamente indie nei suoni, e ancor più nel look, in circolazione negli ultimi anni. Il loro album in uscita il 28 maggio, Here We Are, di cui hanno già avuto un buon seguito Reptile e True Romance che il pubblico subito distingue e ballicchia, è stato prodotto da Kapranos dei Franz Ferdinand. La sua presenza sembra quasi palpabile e io mi sento più giovane di almeno otto anni.

Pare di essere ritornati al 2004, quando quelle schitarrate indie-rock erano golosità per pochi amatori sempre sul pezzo e il look neo-mod colpiva e affondava. I cinque inglesi condiscono il tutto con una componente d’elettronica e di dance oggi irrinunciabili, allacciano le camicie fino al colletto e arrotolano i pantaloni alla caviglia abbinandoli a scarpe anglosassoni: i Citizens! sono gradevoli per le orecchie e hanno movenze da veterani del palcoscenico; ne sentiremo parlare nei prossimi mesi, di questo ne sono certa. Non sono certa che le belle parole le sentiremo anche negli anni successivi.

Di Moullinex vi invitiamo a leggere l’intervista della scorsa settimana che ha anticipato la sua serata. E’ stato all’altezza delle aspettative, confermandosi uno dei più attuali esponenti della scena nu-disco che tanto amiamo.

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21/04 Koreless
Koreless è un ragazzotto paffuto, dall’aria introversa: me lo immagino super nerd, che parla poco a scuola e si chiude nella stanzetta ad incanalare la sua solitudine davanti ad un pc. Forse era il ragazzo più popolare del liceo e io sto solo vaneggiando. Fatto sta che di Lewis Robert, suo vero nome, si sa davvero poco in giro, se non che è un abile remixatore di artisti noti come Benny Benassi, Foster The People e Cassius. E’ chiaramente figlio della musica digitale, col suo Mac e il suo mixer, è uno che attraverso le ibridazioni più audaci arriva a degli ottimi risultati. Mescola percussioni e voci fragili, per la seconda volta nel corso del festival mi viene in mente Blake per le distorsioni campionate di voci, per lo più femminili, e per le atmosfere alla Burial. E’ un djset da ascoltare seduti, non da ballare, per poter cogliere con piacevole meraviglia tutte le sue sfumature. Lewis è da tenere d’occhio, sta spianando la strada per far parlare di sè. Il suo djset è stato come un’iniezione fredda e lenta, che penetra con calma e poi ti arriva in testa.

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22/04 Tale of Us, Jamie Jones
Ecco i report più difficili da realizzare: combattuta tra la voglia di sudare in mezzo alla folla come se non ci fosse un domani e la ”professionalità” (che associata a me è una parola che fa ridere) di ascoltare il tutto con attenzione per buttare giù un paio di pensieri. Dimenticate l’atmosfera trasognate e intima delle altre sere e catapultatevi in una dimensione da party animal: respiri pesanti, un formicaio di gente, troppi occhiali da sole e un pubblico eterogeneo per età, sesso ed estrazione sociale. L’unica cosa comune a tutti i presenti: la fame di bassi.
Ad introdurci nel viaggio house che sta per cominciare sono i Tale of Us, carta conosciuta a Milano, dove, dopo l’ emigrazione dagli Stati Uniti, hanno fondato il loro quartier generale. Hanno mescolato sapientemente deep, techno, house com’è nella loro tradizione, con incursioni nel pop e nel rock. I Tale of Us sono prima di tutto degli instancabili appassionati di musica, ballano ancor prima di far ballare, divertono gli astanti divertendo se stessi. Sembra di essere piombati ad una grande festa tra amici: il mio vicino di danze che incita con espressione compiaciuta i due showman è la fotografia dello spirito della serata. Mentre la loro esibizione volge al termine, con un Jamie Jones alle loro spalle impaziente di mettere le mani sui piatti, qualcuno nel pubblico li ha salutati con uno striscione da stadio: Tale of Love, Tale of Us campeggiava nell’aria, come nelle migliori favole a lieto fine.
Jamie Jones non ha bisogno di troppi commenti: è la dimostrazione lampante che bassi potenti e prezzo democratico sono la formula vincente per qualsiasi happening, in qualsiasi parte del mondo. I suoi estimatori sono dei bulimici, insaziabili divoratori di beat cattivi. Jamie inizia il suo set con la giusta miscela di house, vocals, techno. La nebbia artificiale e i giochi di mixer fanno il resto: non è la sua Ibiza, ma con un pizzico di fantasia ci si può immaginare al party più ignorante dell’isola spagnola. Un turbinio di tastiere, percussioni afro, bombe dance da cui farsi investire senza difese: Don’t you remember the future sembra essere un suggerimento per come ti sentirai domattina. Jamie saluta, nell’estasi generale, alzando il volume sugli XX, infrangendo le buone norme del djing, ma guadagnandosi la gratitudine incondizionata della folla. È una domenica che si conclude presto, è un altro Elita Festival che termina il suo corso: clap clap all’organizzazione, a chi ci ha fatto perdere il controllo, a chi ci ha cullati e a chi ha partecipato. La musica, finalmente, ci ha uniti tutti.



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