All’inizio doveva essere una storia d’amore.
Un uomo viaggia per il mondo inseguendo una donna, ma arriva sempre troppo tardi: quando raggiunge una città, lei è già partita per la successiva.
Robbie Chater raccontava questa idea a Pitchfork nel 2001, pochi mesi dopo che Since I Left You, il primo album di The Avalanches, aveva cominciato a circolare fuori dall’Australia. Il gruppo aveva accumulato dischi da ogni parte del mondo e voleva usarli per raccontare quel viaggio. Poi aveva lasciato perdere la trama. Niente personaggi, niente storia riconoscibile: qualcosa di quell’idea, però, sarebbe rimasto nella musica.
Pubblicato nel novembre del 2000, Since I Left You è un album di diciotto tracce costruito quasi interamente con registrazioni altrui: soul, disco, pop, colonne sonore, vecchi sketch comici, frammenti di dialoghi. Le canzoni si susseguono senza quasi mai fermarsi, le voci appaiono e scompaiono, una melodia può riemergere dopo diversi minuti. È un disco pienissimo, eppure leggerissimo all’ascolto: un’ora di musica che sembra una festa alla quale continuano ad arrivare persone.
Il punto è che il gruppo non pensava di aver fatto un disco da festa. Voleva un grande album pop, ma lo immaginava malinconico, un’avventura sentimentale. Fu il pubblico a sentirci soprattutto l’euforia, i ritmi da ballare, l’allegria delle melodie, e Chater stesso se ne stupiva. Basta però tornare alla title track per capire che le due cose non si escludono: è una canzone solare, quasi spensierata, eppure attraversata da una malinconia sottile.
A Melbourne, nella seconda metà degli anni Novanta, Robbie Chater e Darren Seltmann avevano cominciato a lavorare con campionatori e vecchi vinili, curiosi di capire cosa potesse nascere smontando registrazioni esistenti. Attorno a loro si era formato un gruppo che comprendeva anche Tony Di Blasi e il turntablist Dexter Fabay. Per Since I Left You passarono anni ad ascoltare dischi, selezionare frammenti e provare combinazioni, senza una grande struttura produttiva alle spalle né particolari aspettative commerciali.
La cifra che accompagna da sempre il disco è 3.500: tanti sarebbero i campionamenti utilizzati. Nessuno, però, li ha mai contati davvero. Le sessioni erano disordinate e i materiali venivano spesso salvati senza indicazioni sulla provenienza. Dexter spiegò a Pitchfork che nessuno nel gruppo immaginava che così tante persone avrebbero ascoltato il risultato. Quando l’album cominciò a farsi notare all’estero, recuperare le fonti e ottenere le autorizzazioni diventò un problema: alcuni campionamenti furono rimossi o sostituiti, e le varie edizioni non sono del tutto identiche.
È facile fermarsi a quel numero e trasformare Since I Left You in un record del campionamento. Ma The Avalanches non volevano dimostrare quante registrazioni si potessero stipare in un album. Volevano scrivere canzoni. Con campionatori Akai S2000 e un mixer Yamaha Promix 01, rallentavano, tagliavano e ricombinavano frammenti fino a ricavarne melodie e armonie. Seltmann raccontò a Sound on Sound che per costruire un solo cambio di accordi poteva servire anche una settimana.
La title track ne è l’esempio più immediato. Una melodia orchestrale, un ritmo morbido e una voce presa da Everyday dei Main Attraction, aggiunta per ultima. Nell’originale canta la felicità di un incontro; nel nuovo contesto finisce per evocare una separazione. Un campionamento che completa una canzone pop e ne cambia il significato.
In Frontier Psychiatrist, invece, la tecnica diventa comica: vecchi sketch, tra cui quelli del duo canadese Wayne e Shuster, vengono montati attraverso lo scratching di Dexter, creando conversazioni mai esistite sopra una batteria hip-hop e un arrangiamento orchestrale. Il brano nacque quasi per gioco, senza un progetto preciso. È l’altra faccia di un disco capace di unire un lavoro minuzioso alla libertà di sperimentare.
Poi c’è il modo in cui tutto è collegato. A canzoni quasi finite, il gruppo tornò sui frammenti accumulati durante le sessioni per ricavarne brevi passaggi di transizione: idee troppo piccole per diventare brani, ma sufficienti per spostarsi da una canzone all’altra senza interrompere l’ascolto. Il disco prende così una forma continua, più vicina a un lungo mix che a una scaletta di tracce. Per questo funziona meglio dall’inizio alla fine: i materiali ritornano, cambiano contesto, assumono significati diversi. La storia dell’uomo che inseguiva una donna da un paese all’altro è stata abbandonata, ma il movimento è rimasto. Il viaggio non viene raccontato: è diventato il modo in cui il disco è organizzato.
Dopo Since I Left You ci sono voluti sedici anni per ascoltare un secondo album: Wildflower è arrivato nel 2016, We Will Always Love You nel 2020. Un’attesa che ha trasformato il debutto in un oggetto di culto e caricato di aspettative tutto ciò che è venuto dopo. Nel frattempo la formazione si è ristretta: oggi The Avalanches sono un trio, con Chater, Di Blasi e Andy Szekeres. Chater ricorda la lavorazione del primo disco come un periodo di grande libertà, quasi senza pressione, una leggerezza diventata col tempo sempre più difficile da ritrovare.
No Bad Memories, in uscita il 16 ottobre per Modular, prova a recuperarne una parte.
Chater e Di Blasi hanno detto di aver voluto un album consapevolmente più gioioso, veloce e festoso, vicino all’energia del debutto. Sono 31 tracce, con ospiti come Karen O, Jamie xx, Jessy Lanza e Nikki Nair. Stavolta, accanto ai campionamenti musicali, compaiono anche jingle pubblicitari, suoni di avvio dei dispositivi e vecchi loghi sonori. Il titolo è già un piccolo cortocircuito: ricordi che sembrano personalissimi e che invece qualcuno, a suo tempo, ci aveva venduto.
C’è qualcosa di significativo in questo ritorno. Nel 2000 The Avalanches volevano raccontare un’avventura malinconica e si sono ritrovati con un disco che il pubblico ha adottato come colonna sonora di una festa. Ventisei anni dopo, quella festa è diventata un’intenzione.
Il 29 ottobre The Avalanches saranno alle OGR di Torino per l’apertura del C2C Festival, a pochi giorni dall’uscita di No Bad Memories.
Ventisei anni dopo, il gruppo torna a cercare consapevolmente quell’energia festosa che nel debutto era emersa quasi per caso. Eppure, dietro quella festa, è rimasta la malinconia di una storia d’amore mai raccontata fino in fondo.
